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«Denegata giustizia e incertezza economica: ecco perché si abbandona la toga»

Parla Stefano Tentori Montalto, presidente del Coa di Perugia: «La professione di avvocato ha indubbiamente perso parte del suo appeal: lo dimostrano i rapporti sull’avvocatura»
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«La professione di avvocato che, come ricordo sempre ai colleghi neo iscritti in occasione del loro giuramento prestato davanti al Consiglio dell’Ordine, resta in assoluto una delle professioni più affascinanti e complesse negli ultimi anni, ha indubbiamente perso parte del suo appeal. D’altro canto lo dimostrano i recenti rapporti sull’avvocatura a cura della Cassa forense in collaborazione con il Censis». Stefano Tentori Montalto, presidente del Coa di Perugia, riflette prima di ogni cosa sul presente della professione, dedicando un pensiero a chi si appresta ad indossare la toga e a chi vorrebbe intraprendere un preciso percorso professionale.

«Il dato – dice al Dubbio – è tangibile da tempo anche solo constatando il forte decremento del numero di studenti universitari iscritti al Dipartimento di Giurisprudenza. Il mio dato di riferimento è rappresentato dall’Università degli Studi di Perugia, e, conseguentemente, dal numero dei giovani praticanti presenti nei nostri studi legali». In futuro, dunque, sempre meno toghe? «Il trend attuale – secondo il presidente del Coa di Perugia – sembra andare in questo senso, ma per la professione di avvocato in sé e per sé non mi pare rappresenti un problema preoccupante, anzi. Il problema potrà essere semmai in futuro in termini di sostenibilità del nostro attuale sistema previdenziale. Negli anni, del resto, si è sempre lamentato da più parti il numero eccessivo di avvocati anche come causa del mal funzionamento della giustizia. Negli ultimi venticinque anni il numero di avvocati iscritti all’Ordine di Perugia si è triplicato: dai 700 circa del 1994 si è arrivati ad oltre 2220. Oggi, dopo le recenti cancellazioni, siamo 2159. L’incidenza del decremento negli ultimi due anni al momento si assesta intorno al 3% circa anche se è plausibile prevedere un’ulteriore “fuga” dalla professione, sempre che di “fuga” si possa parlare per le percentuali riferite».

Sarebbe un errore grave dimenticare il legame inscindibile tra professione forense e sistema giudiziario. «La situazione attuale – chiosa Tentori Montalto – ha radici più antiche ed è dovuta ad una serie di fattori concorrenti, tra cui, a mio avviso, primeggia senz’altro, la cronica inefficienza della nostra giustizia. Un sistema giudiziario efficiente, infatti, sarebbe fondamentale per la ripresa della sua stessa credibilità ed un volano essenziale per una maggior attrattività e, indirettamente, credibilità per la nostra professione. Devo dire che fare l’avvocato oggi non è più difficile di prima, anzi, al di là delle difficoltà iniziali per tutti noi di acquisire competenze informatiche ai più sconosciute fino a qualche anno fa, per certi versi è pure più facilitato, almeno da un punto di vista organizzativo, dopo l’introduzione del processo telematico, delle notifiche via pec e quant’altro introdotto di recente. La nostra professione si è posta al passo con i tempi ed è attualmente molto più dinamica ed efficiente di quando ho iniziato io, ormai poco meno di trent’anni fa. Purtroppo, sono i lunghi tempi della giustizia, sicuramente inconcepibili per il comune cittadino, ma intollerabili anche per noi che siamo una componente essenziale del sistema, a vanificare molti degli sforzi profusi dall’avvocatura. È palesemente inutile avere scadenze perentorie per il deposito degli atti difensivi se poi l’udienza successiva viene fissata “per esigenze organizzative del tribunale” a distanza di uno o anche più anni dalla stessa scadenza. Questa diventa denegata giustizia, anche quando si vincono le cause, e da questo punto di vista è senz’altro diventato più difficile “fare l’avvocato oggi”. A ciò si aggiungano, poi, rispetto al passato, i costi sempre più ingenti per lo svolgimento della professione che rappresentano spesso e volentieri un forte deterrente per i giovani colleghi».

Il viaggio nell’avvocatura italiana intrapreso oltre un anno fa dal nostro giornale ha più volte rilevato una situazione comune a tutti i Coa. Tanto avvocati vincitori di concorso abbandonano la professione forense. Anche a Perugia è avvenuta la stessa cosa. «Negli ultimi mesi – afferma il presidente del Coa – diverse decine di colleghi, una sessantina circa, si sono cancellati dall’Ordine degli Avvocati di Perugia in quanto vincitori di concorsi pubblici banditi prevalentemente dal ministero della Giustizia, essendo divenuti direttori di Cancelleria o Cancellieri esperti, oppure sono stati sospesi obbligatoriamente per legge per essere stati assunti a tempo determinato nel progetto Cartabia per l’Ufficio per il processo. Esaminando i nominativi degli ex colleghi, si deve constatare come sia assolutamente prevalente la componente di genere femminile e come anche avvocati ed avvocate iscritti all’Ordine da molti anni e, quindi, non più alle prime armi, abbiano effettuato questa scelta di vita, per alcuni sicuramente dolorosa come mi è stato personalmente confidato. Le ragioni a base di simile scelta di vita sono state varie e tutte valide».

Una scelta per approdare ad un lavoro con più certezze. «La componente della sicurezza e della stabilità economica – conclude Tentori Montalto – data dall’impiego pubblico ha rappresentato un elemento determinante, assieme al maggior tempo libero a propria disposizione».

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