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Chi è in cerca dell’agenda Draghi, citofoni a “casa Meloni”

La leader di FdI, nonostante i mesi passati all’opposizione, è l’unica a saper interpretare davvero il pragmatismo dell’ex Bce
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Molto citata a botta calda, subito dopo la caduta del governo, l’Agenda Draghi è ora passata in cavallieria, a differenza del suo presunto estensore, il premier, che invece continua a essere citato a mitraglia e spesso strattonato per la giacca di brutta. Quella “agenda”, in realtà inesistente se intesa come dettagliato programma di governo, non può più essere sbandierata dal Pd, impegnato come in un tentativo chissà se fuori tempo massimo di restyling di sinistra, e il Terzo Polo non si perde in formulazioni ellittiche ma va al sodo: più che preoccuparsi di agende di sorta vuole la permanenza di Draghi lui medesimo a palazzo Chigi.

Eppure, se la si intende come un’impostazione di fondo e un indirizzo invece che come un impossibile catalogo di norme possibili, qualcosa di molto simile a una “agenda Draghi” in campo c’è davvero ed ad averla fatta propria è il solo partito che la fiducia a Draghi non l’ha mai votata: FdI.

Quanto ad atlantismo si sa che Giorgia non è seconda a nessuno da ben prima che il governo cadesse. Non ha mai fatto mancare il proprio sostegno e non ha mai neppure accennato a dissensi di fondo. Ora sui conti l’atteggiamento è identico. Come Draghi, Giorgia Meloni è convinta che vengano prima di tutto il resto, crisi sociale inclusa. Se oggi non è in atto una pressione massiccia dei partiti per costringere Draghi a fare quel che Draghi non vuol fare, cioè nuovo debito, è perché una pressione del genere senza l’appoggio del primo partito nei sondaggi non è pensabile.

Sull’energia la musica non cambia. Giorgia è pronta a tutto, anche ai rigassificatori. Preferirebbe certo evitare che lo si costruisse a Piombino, dato che lì il primo cittadino che si oppone è un fratello tricolore, ma se non si può fare altro il semaforo è già verde. Non a caso su Flat Tax e pensioni, la candidata leader si espone poco, molto meno degli irruenti alleati. Sa perfettamente che prima vengono i conti, la disamina occhiuta delle possibilità reali, poi il resto.

L’agenda Draghi, in fondo, è solo questo: un metodo, il pragmatismo, e alcune colonne d’Ercole, l’atlantismo, la priorità dei conti pubblici, l’Europa. Il punto debole dell’amica di Orban sarebbe questo, ma più in superficie che nella sostanza. Il gioco di sponda a Strasburgo tra il gruppo del Ppe e quello dei Conservatori e Riformisti è propedeutico a un riavvicinamento a tutto campo, con Giorgia Meloni nella parte di una destra fortemente conservatrice, a tratti persino reazionaria, ma sempre nella cornice dell’Unione. Da questo punto di vista e per quanto poco europeista fosse la Lady di ferro, il conclamato modello scelto dalla leader tricolore, Margaret Thatcher e non Marine Le Pen, per Bruxelles è fortemente rassicurante.

Quelli che lancia la probabile futura premier sono segnali inviati in varie direzioni: a Washington, a Bruxelles, Berlino e Parigi, ad alcune aree di potere italiane particolarmente influenti, ma anche a Draghi in persona. Oggi la garanzia del premier uscente vale come rete di protezione più di qualsiasi atto di fede atlantista o di qualsiasi dichiarazione rigorista sui conti. Il feeling tra l’inquilino di palazzo Chigi e un’oppositrice che non ha mai cercato di infastidirlo davvero è cosa nota, e potrebbe uscire da questa campagna elettorale molto rafforzato. Del resto, se è vero che Mattarella al momento della rielezione ha specificato che il suo mandato non poteva essere a termine, è anche vero che nulla lo obbliga a restare al Quirinale ancora per quasi sei anni. Se le circostanze lo consigliassero non esiterebbe probabilmente a farsi da parte rendendo a quel punto certa, se appoggiata da FdI e dal Pd, la successione proprio di Draghi.

E’ possibile che quello della sorella d’Italia sia solo maquillage ed è ovvio che questo sostengano i rivali in campagna elettorale. Ma probabilmente non è così. FdI, a differenza di tutti gli altri partiti, persino dei terremotati 5S, è un partito senza vera identità, nato come una Rifondazione missina, il che impone di non rinnegare il passato come aveva fatto Fini con la sua An ma nulla di più. Per un partito passato in pochi mesi dal 4 al 24% almeno, senza aver avuto neppure il tempo di dotarsi di un bagaglio identitario preciso e adeguato alle dimensioni attuali, non si tratta di rifarsi il trucco ma di dotarsi di un’identità politica vacante. E questo rende il gioco di Giorgia molto più semplice.

 

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