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Se “emergenza” non fa rima con “affari correnti”. Le mani legate di Draghi

Draghi sondaggio
Il prezzo del gas schizza ai massimi, ma un governo in carica per l'ordinaria amministrazione non può agire senza un accordo tra tutti i partiti impegnati nella contesa elettorale
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La proposta di tregua avanzata due giorni fa da Carlo Calenda non era solo una boutade elettorale. Indicava un’emergenza reale e drammatica che arriva cogliendo l’Italia di fatto disarmata. La strategia russa, quella delle chiusure a singhiozzo dei gasdotti, è da manuale, studiata per far impazzire i prezzi che infatti hanno sfondato in tre giorni la soglia dei 339 euro a megawattora e secondo previsioni pessimistiche ma non implausibili potrebbe arrivare ai 400 euro. Per le aziende ma anche per moltissimi esercenti il rincaro si traduce in rischio di chiusura per120mila aziende, disoccupazione per 370mila lavoratori, fallimento per un numero imprecisato ma alto di esercizi.

Un governo in carica per l’ordinaria amministrazione, con orizzonte di un mese appena e in piena campagna elettorale non può affrontare una situazione del genere nonostante il mandato molto ampio ed elastico assegnato di fatto da Mattarella nel discorso in cui annunciò lo scioglimento delle camere. Solo un accordo tra tutte le forze politiche impegnate nella contesa elettorale, una tregua di alcuni giorni con delega in bianco al governo, potrebbe restituire a palazzo Chigi la forza necessaria per assumere decisioni drastiche. Questo ha chiesto il leader di Azione che computa in 40 mld di euro, 10 per le aziende, 30 per le famiglie, la manovra necessaria per evitare il rischio di recessione in autunno.

L’Italia affronta la tempesta disarmata anche a livello sovranazionale, cioè europeo. Il prezzo del gas galoppa ma il passo della Ue è pachidermico. Il 7 settembre si svolgerà a Bruxelles un summit tecnico che dovrebbe preparare le proposte che poi la commissione vaglierà, selezionerà e presenterà a un Consiglio europeo però diviso perché diversi, anzi opposti, sono gli interessi dei diversi Paesi europei in merito al Price Cap, l’ormai famoso “tetto al prezzo del gas”. Tra le righe, nel suo discorso al meeting di Rimini, Draghi ha suggerito una via per aggirare le divisioni. Ha parlato infatti di “tetto sul prezzo del gas russo” invece che di prezzo del gas in generale. Però in questo caso il rischio di rappresaglia pesante della Russia, con il blocco delle forniture, sarebbe molto elevato e gli effetti sulla Germania tanto catastrofici a convincere Scholz a bocciare l’ipotesi.

In Italia si moltiplicano gli appelli a fare da soli, introducendo in autonomia il tetto come hanno già fatto Spagna e Portogallo. Ma quella sponsorizzata soprattutto dal segretario del Pd Letta è in realtà una via non percorribile, essendo la dipendenza italiana dal gas russo, oggi pari al 20% delle forniture, molto più alta che nei Paesi iberici e l’interconnessione con altri Paesi europei, sui quali ricadrebbe la variazione nel costo dell’elettricità italiana, molto più stretta. Draghi punta sui rigassificatori per raggiungere la piena indipendenza dalla Russia entro il 2024. Però anche superando le resistenze di Piombino si tratta di tempi nella situazione data biblici. Una strategia emergenziale potrebbe essere quella di puntare davvero tutto sul passaggio rapidissimo alle rinnovabili ove possibile e allo stesso tempo riattivare per una fase circoscritta le miniere di carbone, in particolare del Sulcis. Ma si tratta di piani troppo ambiziosi e di scelte troppo “divisive” perché possa assumerle un governo agli sgoccioli.

In concreto dunque i capitoli strategici suggeriti da Calenda, cioè il Price Cap e lo sganciamento del prezzo dell’elettricità da quello del gas, sono teorici perché il governo italiano da solo non può farsi carico di queste eventuali scelte. Resta la terapia d’urto economica, che però non sembra praticabile perché proprio Draghi la ha sempre esclusa e nulla autorizza a credere che abbia cambiato idea. Il governo sta sì considerando l’ipotesi di un nuovo decreto aiuti, ma di dimensioni molto limitate e del tutto inadeguato alla drammaticità del momento. Si tratterebbe di pochi mld da investire nel credito di imposta e nella rateizzazione dei pagamenti per le aziende gasivore oltre che negli aiuti per le bollette sul modello dei decreti dell’ultimo anno. L’ultima voce va sotto una definizione che nell’Italia pre-elettorale è tabù, ma che ha usato invece il presidente di Confindustria Bonomi: razionamento. Il governo sostiene che lo si potrà evitare anche se misure minime, come il rinvio di 15 giorni dell’accensione dei termosifoni, l’abbassamento del riscaldamento di un paio di gradi negli uffici e il taglio di un’ora di riscaldamento, sembrano in realtà probabili e non è detto che bastino. Non sarà un inverno facile.

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