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«Non siamo nel 2011: l’ipotesi speculazione sul debito per ora non sta in piedi»

Parla l'economista Stefano Caselli: «Non è così semplice mettere un tetto al prezzo del gas. Ci aspetta un autunno di razionamenti e sussidi a consumatori e imprese»
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Stefano Caselli, economista e prorettore della Bocconi, spiega che «non è così semplice mettere un tetto al prezzo del gas», che «ci aspetta un autunno di razionamenti e sussidi a consumatori e imprese» e che, nel breve periodo, «non ci sono alternative ai rigassificatori, che permettono di convertire il gas liquido».

Professor Caselli, quanto è concreto il pericolo di speculazioni finanziarie contro il nostro paese lanciato dal Financial Times?

L’articolo del Financial Times ha fatto un po’ di scalpore ma siamo ancora molto nel condizionale. Ha sollevato l’ipotesi di alcuni hedge fund che si starebbero attrezzando per “shortare” il debito pubblico italiano, cioè scommettere al ribasso sui titoli di stato italiani. Questo perché il timore di questi hedge fund sarebbe collegato al fatto che, in primo luogo, l’Italia potrebbe entrare in recessione a causa della crisi energetica e, in secondo luogo, che il nuovo governo dia un orientamento all’Italia meno europeista e meno propenso a rispettare le regole del Pnrr.

Sono tesi che la convincono?

Diciamo che al momento il mercato non sta seguendo questa ipotesi. Se ci fosse davvero una speculazione contro l’Italia il mercato comincerebbe a muoversi, nel senso che lo spread inizierebbe ad alzarsi e ci sarebbero problemi nella collocazione dei nostri titoli di stato. La sensazione è che alcuni hedge fund stiano cominciando a testare il terreno, cioè cominciano a diffondere rumors e a fare qualche scommessa contro l’Italia per vedere come reagisce il paese. Lo fanno soprattutto per capire se dalla campagna elettorale emergono messaggi meno europeisti e meno rispettosi del Pnrr. Un po’ quello che accadde nel 2011, quando la crisi del debito produsse una speculazione tale per cui lo spread schizzò oltre i 500 punti e arrivò il governo Monti.

Cosa è cambiato da allora?

Lo scenario è completamente diverso dal 2011. A prescindere dal colore politico, è chiaro che qualunque governo abbia l’Italia, se questo ribadisce un’azione di governo totalmente europeista e di pieno rispetto del Pnrr, non esporrebbe l’Italia ad alcun tipo di rischio e di speculazione. Se ci fossero segnali che vanno in direzione diversa, cioè se il nuovo governo portasse avanti una linea europeista ambigua e non rispettasse alcuni punti del Pnrr, questo getterebbe un’ombra di discredito sul paese e partirebbe la speculazione. Da cittadino, mi auguro ovviamente che questo non accada.

Si parla molto di tetto al prezzo del gas, sia a livello nazionale che, eventualmente, europeo. Può essere questa una delle soluzioni alla crisi energetica?

Non è così semplice mettere un tetto al prezzo del gas. Sulla carta è una disposizione che potrebbe avere un senso. Nella pratica è molto difficile. È un po’ un modo di non farci ragionare sui veri problemi. Purtroppo l’autunno che ci aspetta, salvo scenari poco credibili come la fine improvvisa della guerra in Ucraina, prevede il razionamento del gas, tema spiacevole di cui chiaramente nessuno parla in campagna elettorale. Il prossimo governo, qualunque esso sia, dovrà dare dei sussidi a consumatori e imprese e questo porterà a tensioni sulla spesa pubblica. Poi bisognerà accelerare il ragionamento su soluzioni alternative come nucleare e rigassificatori.

A proposito di rigassificatori, si discute molto su quello di Piombino, che quasi nessuno vuole. Ci sono alternative?

Le alternative ci sono ma sono nel medio periodo e bisogna lavorarci. Consistono nella ricerca di altre fonti di energia, come le rinnovabili, il nucleare e in un lavoro di coordinamento a livello europeo. Ma ci vorrebbero anni. Nell’immediato, una delle cose più forti che si possono fare è lavorare sui rigassificatori, perché consentono di acquistare gas liquido e convertirlo. Se per qualunque motivo questo non viene fatto, non ci sono tante altre soluzioni. Dovremo affrontare un razionamento ancor più forte di quello che già ci aspetta.

Saremo sempre costretti a inseguire il prezzo del gas, che è in continuo aumento, o ci sono dei modi per placare la corsa a prescindere dal tetto al prezzo?

È una questione di domanda e offerta. Il prezzo del gas sta salendo non solo per il conflitto in Ucraina ma perché ci sono due paesi enormi, Cina e India, che stanno comprando a dismisura materie prime e risorse energetiche. Messe insieme hanno due miliardi e mezzo di abitanti e quindi il problema ci sarebbe stato anche senza guerra in Ucraina. Questa guerra ha reso il processo drammatico e molto più veloce. Occorre interagire con Cina e India e metterle attorno a un tavolo. Continuare a parlare di un tetto al prezzo del gas significa sviare l’argomento. Di certo potremmo contare di più sul mercato se l’Europa fosse un attore unico a livello energetico.

Come si immagina la politica energetica del nostro paese e dell’Europa nel futuro prossimo?

Da un punto di vista economico, quello che mi immagino e che auspico è che da qui a due anni possiamo diventare un paese che viva di un mix e non di una sola fonte di energia. Dipendere così tanto dalla Russia è stata una tragedia. In futuro credo che le rinnovabili avranno un ruolo essenziale, come prevede il Recovery plan europeo. Penso che anche il gas continuerà ad avere un suo ruolo, ma diversificando le importazioni. E penso che in questo mix dovrà esserci anche una componente di nucleare pulito. L’auspicio è che l’Europa arrivi a costruire una vera e propria unione energetica, ma questo dipende dalla volontà dei singoli paesi.

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