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Toh, l’aborto entra in campagna elettorale

Chiara Ferragni attacca Fratelli d'Italia sulla politica restrittiva adottata nelle Marche, che ha il 70% di medici obiettori. Ma cosa dicono davvero i dati?
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Una fotografia di queste elezioni politiche? Giorgia Meloni che sbaraglia Enrico Letta su Instagram con il suo milione di follower. Una cifra niente male per la leader di Fratelli d’Italia, che però impallidisce di fronte ai 27 milioni di Chiara Ferragni. Ragione in più, per il centrosinistra, per accaparrarsi la battaglia dell’influencer sull’accesso all’aborto nelle Marche. Il “modello Marche”, ritenuto da più parti il laboratorio della destra a trazione Fratelli d’Italia. E questo per diverse ragioni, sul fronte dei diritti civili.

In particolare, per quel che riguarda l’aborto, per la decisione della Regione guidata da Francesco Acquaroli, FdI, di non recepire le linee di indirizzo emanate nel 2020 dal ministero della Salute sull’aborto farmacologico, che prevedono la possibilità di erogarlo in regime ambulatoriale. La vera battaglia è favorire la natalità, per contrastare il pericolo di una «sostituzione etnica», aveva argomentato nel 2021 il capogruppo al consiglio regionale di Fratelli d’Italia Carlo Ciccioli, respingendo la mozione Pd. Ma questa, in realtà, è un’altra storia. Perché per accendere la polemica sull’aborto che da un paio di giorni scuote la campagna elettorale è bastato molto meno.

Tutto è iniziato con un articolo del Guardian, ripreso dalla testata online The Vision in un post su Instagram, che a sua volta è stato rilanciato da Chiara Ferragni, che invita ad «agire». Nell’articolo (e nel post) si avverte in sintesi del pericolo, in un possibile futuro governo di centrodestra, che le politiche restrittive sull’aborto diventino regola. Proprio sulla scorta del modello Marche, che conta il 70% dei medici obiettori. (Ed ecco la cifra, il numero da annotare). Quando Ferragni sferra il suo attacco, il Pd segue a ruota. «Chiara Ferragni ha toccato un tema molto delicato perché tocca ciò che di più intimo è nelle persone, nella vita di una donna», dice Letta. «La legge 194 – aggiunge – va applicata in tutti suoi aspetti, quello che succede nelle Marche è abbastanza inquietante e credo sia stato importante alzare il velo sulla vicenda. Le parole di Salvini hanno chiarito qual è il rischio. Ha detto: a noi piace il modello di famiglia ungherese. Ma non è quello il modello per una società libera». E in effetti il leader leghista ha assicurato che la legge 194 non si «tocca» – perché «l’ultima parola spetta alla donna, non allo Stato» – ma faremmo bene a seguire l’esempio dell’Ungheria, che ha la «legge più avanzata per la famiglia».

Nel frattempo Fratelli d’Italia non gradisce di certo l’attacco di Ferragni e bolla l’intera questione come fake news. «Ci sono i dati». Si urla, si screpita, per tutto ieri. Ma quei benedetti dati nessuno li ha visti. «Le interruzioni volontarie di gravidanza (nelle Marche, ndr), possono essere effettuate nel 92,9% delle strutture sanitarie mentre la media italiana è del 62%», protesta il partito di Meloni in una nota. E ha ragione, come ha ragione chi parla di quel 70% di obiettori. Il punto è che entrambi i dati, contenuti nell’ultima relazione del ministero della Salute, sono vecchi e parziali: si riferiscono al 2019-20, e sono aggregati. Cioè non rendono conto di ciò che accade nella singola struttura ospedaliera. E di chi, tra i non obiettori, pratica IVG. «È come se qualcuno vi invitasse a cena e vi desse soltanto la mappa del quartiere. Non sapere cosa accade nel singolo ospedale non dà la possibilità di scegliere», spiega Chiara Lalli, bioeticista. Che sulla necessità di avere dati aperti e accessibili ci ha scritto un libro con Sonia Montegiove (“Mai dati. Dati aperti (sulla 194)”, Fandango). E che qualche numero lo fornisce in un altro servizio del Dubbio.

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