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Zelensky: «L’obiettivo era la pace, ora la vittoria. Ci riprenderemo la Crimea»

Le celebrazioni in occasione della Festa dell’Indipendenza, che ricorre a distanza di sei mesi esatti dall'inizio della guerra
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«Combatteremo fino alla fine». Lo ha assicurato il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, in un videomessaggio diffuso in occasione della Festa dell’Indipendenza dell’Ucraina. «Ogni giorno c’è un nuovo motivo per non arrendersi. Qual è per noi la fine della guerra? Si diceva: la pace. Ora diciamo: la vittoria», ha detto Zelensky, sottolineando che «alzeremo le mani solo una volta, quando celebreremo la nostra vittoria».

Il leader ucraino ha quindi sottolineato che l’obiettivo è ripristinare il controllo su tutte le 25 regioni del Paese «senza concessioni o compromessi» perché «non commerciamo le nostre terre e la nostra gente».«Il Donbass è Ucraina. E vi faremo ritorno, qualunque sia il percorso. La Crimea è Ucraina. E vi faremo ritorno. Qualunque sia il percorso. Non volete che i vostri soldati muoiano? Liberate le nostre terre. Non volete che le vostri madri piangano? Liberate le nostre terre. Queste sono le nostre condizioni semplici e chiare», ha scandito Zelensky.

A sei mesi dall’inizio, la guerra in Ucraina continua il suo passo lento, la sua opera di logoramento di entrambi i fronti, nel timore tuttavia di «un passo eccessivo» delle forze di Kiev che provochi una escalation da parte della Russia. In assenza di scossoni, si prevede, la guerra terminerà con un «pareggio sul campo» e una linea di demarcazione come quella che divide le due Coree. Il paragone poco ortodosso che viene usato da un analista occidentale interpellato dall’Adnkronos per descrivere l’azione dell’Ucraina nei confronti della Russia è quello della «grattugia», che ha operato sugli strati esterni delle forze, oramai bruciate nella loro prima linea sia in termini di mezzi che di personale, e che ora colpisce le retrovie, la logistica, con un andamento che ha portato di recente Mosca a spostare gli aerei militari dispiegati in Crimea, a limitare quindi la capacità delle forze russe di spostare le munizioni là dove possono essere usate.

«La guerra di attrito può assumere forme diverse: quella in cui si trovano le forze ora è paragonabile a una lenta erosione del formaggio, con una grande attenzione a non staccarne un pezzo troppo grosso. È finita la fase del confronto quasi corpo a corpo, nel quale le armi a corto raggio bruciavano le forze russe che cercavano di avanzare – dice – È quindi cambiata la grana della grattugia. Ora gli ucraini hanno a disposizione armi che vanno più in profondità, come i lanciarazzi Himars o missili anti radar che consentono la progressiva distruzione dei radar nemici». La guerra è iniziata lo scorso 24 febbraio con un attacco frontale russo in tutte le direzioni. Le forze russe sono state decimate con le armi a corto raggio come i Javelin. Quando le perdite sono diventate insostenibili, le forze di Mosca si sono completamente ritirate dalle grandi città, per raggrupparsi nel Donbass e nel Sud, nella regione di Kherson e a Mariupol e Zaporizhzhia. I russi hanno allora fatto ricorso all’artiglieria «in maniera massiccia, con milioni di proiettili», portando in Ucraina l’eco della grande guerra nel 1915. «E le forze ucraine hanno quindi cambiato passo. Hanno cominciato a colpire le retrovie, i depositi di munizioni, prima con gli obici, che hanno un raggio di 24-30 chilometri, e poi con i razzi montati sugli Himars, che arrivano a 70. Ma la strategia è la stessa sin dall’inizio: consumare poco a poco le forze nemiche», spiega l’analista.

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