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«La democrazia nei social-network è una mistificazione»

I soggetti privati che li gestiscono esercitano «un potere enorme equiparabile a quello degli Stati». Parla Salvatore Sica, ordinario di Diritto privato nell’Università di Salerno e giurista dell’informazione
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Chi pensa che le “piazze virtuali” create dai social network siano degli spazi della democrazia del terzo millennio o è un illuso o non conosce bene la realtà (virtuale) che lo circonda. I soggetti privati che gestiscono i social network esercitano, evidenzia il professor Salvatore Sica, ordinario di Diritto privato nell’Università di Salerno e giurista dell’informazione, «un potere, di fatto, equiparabile a quello degli Stati». Un potere che, però, si sottrae a forme di controllo, a regole di vario tipo, pretendendo invece un controllo totale e sempre maggiore sui contenuti e sui profili degli utenti.

Professor Sica, non mancano sui social, a partire da Facebook, profili anche di giornalisti che sono stati bloccati o autorizzati nuovamente all’utilizzo con alcune limitazioni. La censura viaggia pure su internet?

Stiamo parlando di una nuova forma di censura, quella più grave che fin qui la storia abbia mai registrato. Le forme di censura che la storia fin qui ci ha consegnato prevedevano una distinzione netta tra privato e pubblico. Più chiaramente, in passato, c’era un potere pubblico assoluto, che interveniva rispetto ai privati limitando la libertà di manifestazione del pensiero. Ora, ci troviamo di fronte a soggetti privati con un potere, di fatto, ormai equiparabile a quello degli Stati, ma sottratti alle regole della legittimazione pubblica, che esercitano ingerenze e controllo rispetto alla libertà di manifestazione del pensiero. Siamo di fronte ad un processo, in atto da molti anni, di annullamento della distinzione pubblico-privato e per la prima volta nella storia totalmente a favore del privato, che si autolegittima e si sottrae a tutte le regole.

Dunque, il tema che in passato è stato presentato sulla “democrazia” dei social è fuorviante per non dire falso?

Proprio così. La democrazia dei social è la più grande mistificazione che la storia conosca. Non può esserci democrazia effettiva quando c’è un soggetto che detiene il controllo del mezzo e in qualunque momento, come sta avvenendo, è in condizione di selezionare persone e contenuti. La cosa più grave che abbiamo registrato in questi anni è che la bufala dell’arena virtuale democratica ha avuto la sua interfaccia politica in alcuni movimenti, che, eliminando la disintermediazione dei partiti, hanno illuso e illudono la gente. Fanno credere che ci sia la possibilità di esercitare un potere di decisione attraverso la rete. Attenzione, però, anche ad un altro aspetto.

Quale?

Io non sostengo la tesi secondo la quale il privato debba essere sottoposto ad alcun controllo. La circostanza che non possa essere Facebook, piuttosto che Meta o Google, a selezionare i contenuti, perché inammissibile, non vuol dire che la rete si trasformi in un far west dove sia consentito a tutti di fare tutto. E soprattutto agli imbecilli di ergersi a manifestatori di opinioni. Il problema è che deve recuperare spazio il pubblico, vale a dire la politica. Occorre che ci sia una possibilità di controllo politico. Quando si tratta di fare regole di provenienza pubblica, i social sostengono che siamo di fronte ad un attentato alla libertà di manifestazione del pensiero. Quando si tratta di assumersi responsabilità per i contenuti, sostengono di essere delle mere autostrade e non possono essere responsabili, per usare una metafora, di ciò che avviene durante la circolazione dei veicoli. Quando si tratta di esercitare la censura, sostengono, invece, che loro sono tenuti a farlo perché hanno comunque una responsabilità. È chiaro che ci troviamo di fronte ad un gioco perverso in cui loro sono protagonisti di una sorta di win-win.

Tra i casi clamorosi di censura sui social abbiamo quello che riguarda l’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump…

Stiamo parlando della misura ultima del deformato rapporto pubblico-privato al quale facevo prima riferimento. È evidente che, al di là della simpatia per il politico Trump, che per quanto mi riguarda è molto bassa, resta fermo che un privato non può censurare il presidente, allora in carica, degli Stati Uniti, limitandone la pagina social ed il suo utilizzo.

Rispetto allo scenario descritto, ritiene che si possa esercitare un diritto di difesa sui social?Si apre una nuova frontiera professionale per gli avvocati?

Gli avvocati sono l’ultimo baluardo a tutela dei diritti, se esercitano correttamente il proprio ruolo. C’è necessità ed urgenza di una generazione di avvocati digitali, ma non soltanto nel senso di essere capaci nell’utilizzo della rete o di essere abili nel processo telematico. Servono avvocati esperti nella tutela soprattutto d’urgenza. Il vero problema della rete è che la tutela o è d’urgenza o è cautelare o è vana. Un grande compito dell’avvocatura italiana è farsi interprete della tutela dei diritti nella stagione della società digitale avanzata. Il periodo storico che stiamo vivendo richiede un impegno professionale, civile e sociale.

Ritiene che sia importante un nuovo approccio rispetto all’uso dei social?

Viviamo in una fase storica in cui è fondamentale l’educazione all’uso dei social, ma anche la possibilità, che tecnologicamente non è semplice, di creare nuovi strumenti di comunicazione social svincolati dalle piattaforme. Mi spiego meglio. Se una persona viene censurata sui social, subisce maggiormente questa condizione perché non ha alternative rispetto alla comunicazione social. Una soluzione, a mio avviso, dovrebbe consistere in una pressione di buone notizie e di un movimento di opinione di massa sui social. Visto che non è più possibile il passo indietro verso un modello no-social, l’alternativa è una aggregazione di forze genuine e fresche, sempre più libere, che invadano i social con un flusso di buone notizie, tale da effettuare a loro volta un controllo indiretto. Non vedo alternative. Dobbiamo essere in grado di utilizzare sempre di più i social network per smascherarne la finzione. Serve un’educazione all’utilizzo consapevole di determinati strumenti innanzitutto per la tutela contro i social. Dovremmo arrivare ad una rivoluzione al contrario per cui tutto quello che è sui social per definizione non è vero. Lo diventerà quando lo verificheremo con gli strumenti tradizionali.

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