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Giorgia Meloni pensa già al dopo: vuole riforme condivise

destra Orban Meloni
LO SCENARIO | La legge elettorale, senza i correttivi promessi e mai approvati, genera squilibri
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Nemmeno i denigratori più inaciditi negano la lucidità politica di Matteo Renzi. Se il leader di Italia viva si dice tranquillo sullo spauracchio della Costituzione cambiata a colpi di maggioranza dal prossimo Parlamento conviene pertanto considerare il messaggio implicito.

Sulla carta quel rischio può effettivamente esserci, ma è effettivamente poco probabile che si trasformi in concreta riforma costituzionale e non solo perché non è facile che la destra raggiunga i due terzi in entrambi i rami del Parlamento. Quello, se la destra arrivasse vicina al traguardo pur senza raggiungerlo, sarebbe un ostacolo sormontabile con qualche alleanza e mediazione. Il vero scoglio è che difficilmente Giorgia Meloni sarà così avventata e strategicamente autolesionista da rischiare una spaccatura verticale del Paese.

I sondaggi la danno in vantaggio, è vero, ma se l’Istituto Cattaneo prevede una netta predominanza nei collegi uninominali è altrettanto vero che lo stesso Istituto giudica «improbabile» una vittoria tale da poter modificare la Carta senza passare dal referendum.

Bisogna considerare quale sarà la composizione del nuovo Parlamento se i pronostici saranno rispettati. La destra potrebbe vantare una superiorità schiacciante, quale mai si è vista nella storia repubblicana. La clamorosa sproporzione è però frutto di un intreccio di contingenze perniciose, delle quali è responsabile soprattutto il Partito democratico ma con la attiva complicità di quasi tutti i partiti. Che questa legge elettorale fosse sbagliata al punto da inoculare virus pericolosi nella struttura della democrazia parlamentare era noto a tutti sin da prima delle elezioni del 2018. E infatti tutti promettevano di cambiarla in un battibaleno. Invece in quattro anni non hanno modificato una virgola e se l’insistenza del Partito democratico su una soglia di sbarramento molto alta, del 5 per cento, per accettare il proporzionale è la prima causa della mancata riforma.

Va detto che tutti hanno lavorato per tenere questa oscena legge, perché gli assegnava un potere di ricatto o perché se ne ritenevano comunque avvantaggiati. In secondo luogo la riforma costituzionale approvata anche dal Pd dopo averla bocciata per tre volte che taglia di un terzo il numero dei parlamentari implica delle forzature, ad esempio proprio sulla soglia reale di sbarramento, che dovevano essere corrette prima che la riforma stessa entrasse in vigore. Proprio con questo alibi erano nati nel 2019 il governo Conte 2 e la maggioranza giallorossa. Che però quei correttivi ha evitato di apportarli.

Il risultato potrebbe essere uno scarto parlamentare macroscopico, che non registrerà però affatto la realtà del Paese. Una riforma profonda della Costituzione imposta da una sola parte porterebbe la tensione politica e sociale a livelli potenzialmente destabilizzanti per una maggioranza che dovrebbe scontare comunque fragilità interna ed elevata sospettosità internazionale. Per questo Renzi si dichiara poco preoccupato per il temuto blitz, sventolato in realtà soprattutto come babau elettorale. Ma la strada delle riforme Giorgia Meloni dovrà batterla davvero.

Quella che si è rivelata nel modo più clamoroso negli ultimi quattro anni è una crisi profonda di sistema. Per affrontarla non bastano i cerotti e non basterà neppure una pur necessarissima riforma elettorale. Bisognerà decidersi a rivedere l’architettura istituzionale e starà soprattutto a Giorgia Meloni decidere se tentare la forzatura di cui sopra oppure, come prevede Renzi, rivolgersi a tutto l’arco delle forze politiche per arrivare a una riforma che sarebbe sì condivisa ma sulla quale la destra eserciterebbe grazie alla forza di cui dovrebbe disporre se le previsioni saranno confermate, eserciterebbe un condizionamento decisivo.

Una responsabilità uguale, e se la destra non si blinderà nell’illusione dell’autosufficienza persino maggiore, ricadrà sulle spalle di Enrico Letta o di chiunque guidi il Partito democratico. La tentazione di chiudersi in un’ottica da guerra di religione impugnando l’inviolabilità della nostra Carta costituzionale come lo stendardo dei crociati sarà fortissima e probabilmente avrebbe una sua resa elettorale nell’immediato. Però per quella via riproporrebbe la logica fondata sul non riconoscimento che presiede alla paralisi e alla degenerazione del sistema politico italiano sin dall’epoca del primo governo Berlusconi e non si può dire che si sia dimostrata una buona strada.

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