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Letta e Meloni al 25%. E se fossero loro a riscrivere la Carta?

Letta Meloni
Il Partito democratico si è spinto troppo in là per poter recuperare l’asse con il Movimento Cinque Stelle. E pensa al dopo
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Situazione paradossale quella del Partito democratico. Sondaggi e pronostici lo accreditano di una forza della quale non disponeva dal 2008 ma allo stesso tempo la condizione nei collegi uninominali, che valgono un terzo dei seggi parlamentari complessivi, è non drammatica ma tragica. Nel proporzionale Letta dichiara di ambire al 30% e non si tratta di un miraggio.

Tra quel po’ di voto utile che alla fine spunterà, i consensi del Partito democratico in crescita, l’apporto delle forze minori del listone come l’Art. 1 di Speranza e Bersani, i voti delle formazioni minori alleate che molto difficilmente passeranno la soglia di sbarramento, come + Europa e l’Impegno civico di Di Maio, il Partito democratico non dovrebbe concludere la corsa molto al di sotto dell’ambiziosa asticella fissata dal segretario.

Nei collegi è un’altra musica. Per il Partito democratico conquistare anche solo 15 seggi nell’uninominale è con questa disposizione delle forze in campo impresa quasi impossibile, e parte di quei pochissimi collegi sicuri o semi-sicuri dovrà andare agli alleati. La sproporzione di forze nel prossimo Parlamento sarà probabilmente inaudita, roba da 1948 e forse peggio.

In questa situazione Letta, che negli ultimi giorni è apparso chiaramente frastornato, ha pochissime strade di fronte, e tutte molto accidentate. Per riaprire la partita nei collegi c’è un solo e unico modo: ricucire la lacerazione profondissima con il M5S, ammesso che sia possibile e quasi certamente non lo è. Qualche pontiere di alto lignaggio ci starebbe provando: Bersani e Bettini, da sempre mallevadori e registi dell’alleanza poi fallita tra Partito democratico e Movimento Cinque Stelle, lo stesso Romano Prodi, il più nobile tra i padri nobili, forse, con la dovuta discrezione e nonostante gli stentorei anatemi pubblici, l’ex segretario dell’accordo ora franato, Nicola Zingaretti.

La stessa scelta di Conte di escludere dalle liste le figure più agguerrite e ostili al Pd, Raggi, Di Battista e Casalino, è vista da alcuni come un segnale in codice almeno possibilista. La carta però è probabilmente bruciata. Sia Letta che Conte si sono spinti troppo avanti. Il prezzo di un ritorno sui propri passi sarebbe per entrambi esoso nel proporzionale, anche se pagherebbe certamente in termini di seggi nell’uninominale. I due leader, inoltre, ne uscirebbero con ogni credibilità smantellata. Nel caleidoscopio della politica italiana nulla è impossibile, ma il ritorno di fiamma quasi lo è.

La sproporzione di forze parlamentari che si profila potrebbe procedere in tandem con una superiorità altrettanto schiacciante di Fratelli d’Italia nella coalizione di centrodestra. I sondaggi interni a quell’area sono da brivido: assegnano a Giorgia Meloni il 30%, contro l’ 8- 10% della Lega e il 6- 7% di Forza Italia. Una simile disposizione vanificherebbe ogni velleità di manovra di palazzo per riaffermare una qualche forma di larga intesa, mettendo così il Pd in condizione difficilissima anche solo come partito d’opposizione.

Ma è anche vero che, se le cose andassero davvero così, due soli partiti, Fratelli d’Italia e il Partito democratico, controllerebbero di fatto il Parlamento sul fronte della maggioranza e dell’opposizione. Il rischio di una forzatura della destra per cambiare la Costituzione senza dover passare per il referendum c’è ma è esiguo: per Giorgia Meloni significherebbe infilarsi in un tunnel comunque molto rischioso. Ma se Letta giocherà bene le sue carte a riscrivere le regole fondamentali di un sistema che, dopo la frana di questa legislatura, non potrà non essere rifondato saranno il partito di Giorgia Meloni e quello di Enrico Letta.

Il vantaggio per entrambi sarebbe netto e di imponente portata. La nuova Repubblica, che non è un optional ma ormai un obbligo, porterebbe il loro marchio, si fonderebbe di fatto su un bipolarismo del quale sarebbero le colonne portanti e la stessa azione di governo, peraltro già molto condizionata dai vincoli internazionali, finirebbe in un certo senso per passare in secondo piano rispetto al tentativo di uscire dal guado nel quale il Paese annaspa e spesso marcisce da trent’anni. Certo, bisognerebbe che Letta e Meloni scoprissero una vocazione da statisti. Non è affatto detto che sia così. Però non è neppure escluso.

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