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Il trucco di Erdogan per restare al potere: guerra totale ai curdi

Erdogan Turchia
A dieci mesi dalle elezioni presidenziali e politiche la Turchia vive una gravissima crisi economica e il Sultano perde consensi che prova a recuperare con il solito metodo: la repressione
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Nella primavera del 2023 in Turchia si terranno le elezioni, parlamentari e presidenziali. I sondaggi danno lo AKP, il partito di Erdogan, in deciso calo, e tale da non raggiungere la maggioranza nemmeno col suo partner nella attuale dittatura, il fascistissimo e islamissimo MHP. Addirittura, in termini assoluti, l’AKP verrebbe secondo dopo il CHP, di opposizione moderata, che ha già in mano le amministrazioni delle maggiori città.

Il calo di consenso dell’AKP è dovuto, secondo ogni osservatore, alla crisi economica che dal 2018 sta colpendo le classi più disagiate con disoccupazione e intollerabile aumento dei prezzi, in generale, e in particolare dei generi di prima necessità. Si noti che la maggioranza presidenziale del 52% anche alle ultime elezioni era stata costruita attraverso l’alleanza con lo MHP, che ci mise il suo 7%, che sarebbe andato disperso perché in Turchia vi è una soglia dell’ 8%. È mai possibile che Erdogan si rassegni a lasciare la sua posizione senza porre in atto manovre e trucchi per cercare di ricostituire il vecchio consenso? L’attivismo di Erdogan sullo scenario internazionale è volto ad accreditare una Turchia di cui non si può fare a meno se si intende preservare l’ordine geopolitico attuale. Questo dovrebbe consentire anche di portare aggressioni per esempio verso la Siria, o nei territori dei curdi siriani, così come anche recentemente più volte verso quello dei curdi irakeni.

Ciò consente alla Turchia di additare un proprio indebolimento come un venir meno delle garanzie di stabilità non solo del Mediterraneo orientale, ma di tutto il Medio Oriente, costringendo le potenze occidentali non solo a chiudere gli occhi sul tema dei diritti umani e civili, ma a consentire politiche di aggressione verso Siria, Cipro, Libia, Irak. Il presentarsi come mediatore necessario nel conflitto russo- ucraino ne dovrebbe fare un soggetto indispensabile nel panorama occidentale. Non ci sarebbe da meravigliarsi che prima o poi Erdogan ricominciasse a bussare alle porte dell’Ue. Una politica estera che vede Erdogan così ben piazzato è moneta che egli può spendere anche per tappare le falle di consenso in politica interna.

Il tallone d’Achille è l’economia, in tutte le sue declinazioni ( finanza, industria, occupazione ecc.) ed è anche il terreno su cui si vincono elezioni. Di fronte ad una crisi verticale che attanaglia il paese da 4 anni, soprattutto in quei settori, come l’edilizia, su cui si fondava il consenso del “sultano”, e che fa viaggiare l’inflazione a tre cifre (120% annuo, ma sui beni che interessano le fasce più basse sale al 165%), Erdogan non intende tirare i freni del credito. Ha cambiato governatore della banca centrale 4 volte negli ultimi tre anni proprio perché la ruota dovrebbe continuare a girare e garantire un certo livello di consenso negli strati intermedi e soprattutto imprenditoriali. E’ chiaro il ragionamento: più debiti faccio, soprattutto verso l’estero, e meno questi debiti saranno esigibili, perché troppo elevati. Se le banche tedesche ( ma anche italiane) dovessero richiedere i propri crediti ad Ankara non solo fallirebbe il governo, ma anche le incaute banche tedesche ( e italiane). E’ un po’ lo stesso principio che governa la politica estera: Erdogan non può essere lasciato andare in malora.

Come sappiamo, Erdogan ha fatto dei rifugiati ( soprattutto siriani) una merce di scambio con l’Europa. Tu paghi, ed io trattengo i rifugiati. Così negli ultimi anni ha incassato 10 miliardi di euro, e ha dovuto ospitare nei campi ( tutti ormai militarizzati) fino a 6 milioni. Oggi, però, le classi meno abbienti addossano la colpa della crisi ai rifugiati, che sottrarrebbero lavoro e benessere (!) ai turchi. Erdogan da un lato continua a minacciare la EU di spedirgli i rifugiati trattenuti, dall’altro si è impegnato a rispedirne a casa 2 milioni e ottocentomila.

Erdogan ha fatto passi indietro su tutta la linea (amministrazione, scuola, cultura) per quanto riguarda il riconoscimento dell’autonomia dei curdi. I sindaci curdi sono in galera e i comuni del Kurdistan sono governati da prefetti. Ma l’offensiva è soprattutto sul piano politico, cercando di mettere fuori legge lo HDP, terzo partito del panorama turco, di sinistra non solo curdo, ma capace di raccogliere oltre il 10 % di consensi fra gli strati medio bassi.

Da tempo i leader locali e nazionali ( compreso Demirtas, il segretario del partito, e la sua vice) sono in galera. E’ facile immaginare che l’assalto finale verrà sferrato nei mesi immediatamente precedenti le elezioni, così che esso non abbia il tempo di ricostituirsi con un’altra bandiera o tramite un’altra alleanza. Siccome chi decide sulla messa fuori legge di un partito è la Corte Costituzionale, Erdogan ha rafforzato la presenza conservatrice al suo interno tramite la nomina di un nuovo giudice di strettissima osservanza AKP. Accanto alla messa fuori legge dell’HDP, c’è poi un progetto di legge elettorale, con riscrittura dei confini dei collegi, ma soprattutto con un “premio” per chi si presenta in coalizione, nel presupposto che lo AKP si presenterà sicuramente assieme all’MHP, mentre per l’opposizione è più difficile raggiungere l’accordo.

Siamo abituati a pensare che una dittatura al declino possa fare dei timidi accenni di apertura soprattutto sul piano delle libertà e della politica giudiziaria. Non vanno così le cose in Turchia, anzi.

I dossier politico- giudiziari aperti si stanno concludendo nel peggiore dei modi, con pene più che esemplari: il processo all’imprenditore filantropo Kavhala (per il quale era intervenuta due volte la CEDU perché fosse liberato) e il cosiddetto caso Gezi Park si è chiuso con la condanna dell’imprenditore all’ergastolo e degli altri 8 imputati (di cui due avvocati; odiati da Erdogan come rappresentanti di una borghesia illuminata che non si vuole piegare) a 18 anni con immediata carcerazione. Non meglio andranno i moltissimi processi contro gli avvocati e i giornalisti.

Recentemente è stato nominato vice Ministro della Giustizia il famigerato giudice Akin Gurlek, quello che dava tre anni di condanna agli Accademici per la Pace che avevano firmato un appello per la non aggressione in Siria, laddove gli altri giudici “contenevano” le condanne attorno all’anno, con la condizionale: finché non è intervenuta la Corte Costituzionale affermando che l’appello era una libera espressione del pensiero. Lo stesso giudice nel marzo 2019 condannò praticamente con una finzione di processo 20 avvocati del CHD a pene che vanno da 3 a 18 anni. Il giudice più reazionario che ha messo le mani in pasta nei dossier politicamente più rilevanti.

Erdogan è molto attento anche sul fronte della politica culturale e dei diritti individuali, anche perché incalzato dagli islamisti fondamentalisti, che fanno il bello e il cattivo tempo tramite il potentissimo Direttore degli Affari Religiosi, e dunque eccoci alla disdetta della Convenzione di Istanbul per la tutela delle donne, i un paese in cui i femminicidi ammontano a uno al giorno di media; al divieto del Gay Pride e all’attacco all’intera comunità LGBT+; alla stretta sulle nomine dei rettori dei vari atenei; ai divieti di spettacolo per chiunque sia lontanamente schierato con l’opposizione. Per non parlare dell’informazione e della persecuzione dei giornalisti della carta stampata e della TV ( ma l’attacco è anche contro i social).

Insomma, il “sultano” sembra convinto che il suo consenso debba nutrirsi, anche in questa fase declinante, di repressione e violazione di ogni diritto, civile e politico. Altri trucchi? Difficile dire come Erdogan agirà se dovesse intravedere una sicura sconfitta. Un rinvio delle elezioni? E per far questo? Un nuovo stato di emergenza? E per giustificare questo? Una serie di attentati “pilotati” o un secondo tentativo di colpo di stato assai benvenuto? Chissà, staremo a vedere. (*Osservatore Internazionale UCPI)

 

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