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«Il diritto alla difesa sacrificato sull’altare della semplificazione»

Maria Masi avvocati campagna elettorale
Riforme, la presidente del Cnf Maria Masi: «I nostri rilievi colpevolmente trascurati, almeno a giudicare dagli schemi dei decreti attuativi appena approvati da Camera e Senato»
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Non avremmo immaginato che agli inizi del mese di agosto di una delle estati più calde del secolo, dopo quasi tre anni di stato di emergenza generale che ha coinvolto soprattutto la giustizia, saremmo stati travolti finanche da una crisi di governo con lo scioglimento delle camere, l’indizione di nuove elezioni, una campagna elettorale e la rincorsa allo smaltimento degli “affari urgenti”, tra i quali sono stati inclusi atti e procedimenti caratterizzati da un iter procedimentale avanzato e pertanto ritenuti compatibili con il regime di prorogatio. La rincorsa del Governo è certamente giustificabile per non vanificare il lavoro degli ultimi anni e soprattutto per non correre il serio rischio di perdere i fondi previsti dal Pnrr per la giustizia.

Europa, Pnrr, missioni, risorse. Sono stati e sono tuttora lessico quotidiano e agenti attivi della politica del fare presto, che in questo Paese certamente non è cosa da poco, ma vista l’occasione irripetibile l’auspicio è che si faccia anche e soprattutto bene.

Nonostante la costante interlocuzione con il ministero della Giustizia e nonostante la non trascurabile attenzione (in ogni caso insufficiente) alle nostre proposte e ai rilievi, si è scelto di intervenire quasi esclusivamente sui riti, sulle regole dei processi.

L’avvocatura ha continuato senza sosta a rilevare come non sia questa la soluzione più adeguata e come il problema, serio e non più differibile, era e resta quello delle carenze croniche di personale amministrativo, dei troppo pochi magistrati effettivamente “in ruolo”, della promiscuità di funzioni dei giudici a capo degli uffici giudiziari, costretti ad occuparsi degli aspetti organizzativi senza averne le competenze (le poche ore di formazione non sono certo sufficienti a trasferire conoscenza e esperienza manageriale a chi dovrebbe occuparsi solo della qualità della giurisdizione).

Crea sconcerto che in alcuni distretti di corte di appello, appena pochi giorni fa, l’avvocatura sia stata costretta a proclamare lo stato agitazione per denunciare carenze e disfunzioni note e trasversali al Nord, al Centro e al Sud.

I nostri rilievi sulle riforme sono stati colpevolmente trascurati, almeno a giudicare dalle scelte e dalle priorità individuate dagli schemi dei decreti attuativi appena approvati da Camera e Senato.

Semplificazione, celerità e razionalizzazione: sono le sole direttrici che – in verità più nei proclami che nelle soluzioni concrete – informano lo schema e il contenuto dei decreti legislativi delle riforme della giustizia civile e penale.

Avremo modo di rappresentare, ancora una volta, le nostre perplessità su molti aspetti, sia per il processo civile che per quello penale, ma già ora, dopo una prima lettura non troppo superficiale dei decreti, sembra che i timori dell’avvocatura fossero e siano reali.

Il timore è che il prezzo da pagare, in nome della semplificazione, celerità e razionalizzazione delle procedure sia, ancora una volta, il sacrificio dell’esercizio del diritto alla difesa e l’equilibrio tra funzioni e poteri nel processo.

In quello civile, per esempio, la contrazione dei termini processuali solo ed esclusivamente per la difesa mentre al magistrato è consentito riservare il deposito finanche della c.d. sentenza a verbale, ovvero liberarsi dell’impugnazione a suo giudizio “non chiara” come pure spogliarsi della responsabilità dell’interpretazione delle questioni più complesse, delegandola alla Corte di Cassazione mentre il processo è sospeso e con esso l’istanza di tutela del cittadino che attende giustizia, lasciano molto amaro in bocca. Come lo lascia, nel processo penale, la reintroduzione dei filtri in appello sotto le (s)mentite spoglie dell’inammissibilità.

Ed è un’amarezza acuita dal dubbio che l’ansia da prestazione delle forze politiche (che evidentemente anima chi oggi è più preoccupato di avere tempo e spazio per la definizione di liste, candidati e campagna elettorale) abbia definitivamente compromesso la lucida e attenta analisi dei testi a cui il Parlamento è tenuto, in ossequio alla propria funzione e al mandato dei suoi componenti.

Non si comprende altrimenti l’inusitato silenzio delle commissioni Giustizia di Montecitorio e Palazzo Madama sullo schema dei decreti attuativi. E allora, complice la stanchezza acuita dall’afa, ci si chiede se sia valsa la pena concentrarsi e impegnare tempo prezioso sui progetti di riforma, dedicare spazio alle audizioni, cura alle osservazioni, disponibilità a continuare a studiare soluzioni anche quando abbiamo avuto la conferma che difficilmente si sarebbe potuta realizzare una piena convergenza almeno su alcuni dei tanti aspetti critici delle riforme.

In ogni caso, il senso di responsabilità e la consapevolezza di quel che la nostra professione necessita hanno impedito che trascurassimo il perseguimento di altri obiettivi, certamente utili e funzionali alla salvaguardia della nostra categoria, all’esercizio della nostra funzione e all’attività professionale. Come, tra tante altre cose, i nostri contributi in tema di monocommittenza, esame di stato, crisi d’impresa, natura giuridica degli ordini degli avvocati, equo compenso e modifica dei parametri.

Su quest’ultima proposta, in particolare, oggettivamente buona che non trascura nessun aspetto, nemmeno quello, non scontato, dell’indicizzazione, abbiamo dovuto ottimizzare e accelerare i tempi necessari di consultazione e condivisione con gli ordini e le associazioni, per rispettare le indicazioni imposte dalle varie cabine di regia. Ma nonostante la proposta rientri sicuramente tra gli atti e i procedimenti che hanno concluso l’iter prodromico alla pubblicazione, non vi è traccia di approvazione definitiva.

Come non vi è traccia di calendarizzazione della proposta di riforma dell’equo compenso, che probabilmente esigerà maggiore rigore nel rispetto della procedura, trattandosi di materia d’interesse solo per i professionisti.

Ed un rispetto che noi vorremmo si applicasse con la medesima cura nel consentire alla commissione ministeriale, incaricata di elaborare le linee guida per i corsi di formazione funzionali alle specializzazioni, di svolgere le funzioni per cui è stata nominata e concepita.

Anche il regolamento sulle specializzazioni ha abbondantemente, e non senza ostacoli, esaurito il suo percorso, al punto che sono già evidenti i necessari correttivi da apportare, perché non siano vanificate premessa e scopo.

Qualche settimana fa il Cnf, insieme al Consiglio nazionale dei commercialisti, aveva ritenuto giusto fare un appello al senso di responsabilità di tutte le forze politiche per garantire la stabilità, necessaria in questo preciso momento storico, oltre che opportuna per alcune attività non differibili, legate anche alle riforme in corso. Oggi, con l’auspicio di avere maggiore fortuna, l’appello dell’Avvocatura è rivolto sempre e ancora a tutte le forze politiche, affinché si concentrino solo su ciò che possono fare, ma con responsabilità e non trascuratezza, con consapevolezza e non approssimazione. Anche perché non saranno esonerati dal darne conto e ragione nelle occasioni prossime di confronto.

*Presidente del Consiglio nazionale forense

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