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La solitudine di Matteo Renzi in vista del voto

Renzi Draghi palazzo Chigi Conte
La carriera politica dell'ex presidente del Consiglio, da sempre vissuta sulla montagne russe, è ora a un punto di svolta
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Sorte bizzarra quella di Matteo Renzi. È il solo tra i leader protagonisti dell’ultima rutilante legislatura a rischiare di ritrovarsi escluso dal nuovo Parlamento eppure nessuno più di lui ha condizionato le vertiginose svolte della legislatura stessa. Prima il veto all’accordo Pd-5S che portò alla nascita del Conte gialloverde, poi la brusca svolta che forzò la mano all’allora segretario del Pd costringendolo a far nascere il Conte giallorosso, infine la spallata che detronizzò Conte e fece nascere il governo Draghi. Tutta farina del sacco renziano e non si può dire che gli esiti siano andati lontano dagli obiettivi del ragazzo di Rignano. L’alleanza M5S-Lega esplose in effetti nei tempi brevi pronosticati dalla “strategia del pop-corn”. L’improbabile maggioranza M5S-Pd spinse il Salvini rampante giù per una ripida discesa. La caduta del governo Conte e poi l’esperienza Draghi avevano messo in ginocchio un M5S ben più che ridimensionato. Del resto quasi tutti quelli che oggi parlano di Draghi col tono riservato di solito alle apparizioni miracolose della Vergine sono gli stessi che quando Renzi mise in opera la sua manovra per sostituire Conte con il migliore per eccellenza. Le capacità politiche di Matteo Renzi non le mette in dubbio nessuno. Le critiche durissime riservate alla sua riforma costituzionale appaiono oggi molto meno motivate di quanto non sembrasse allora, a maggior ragione dopo l’approvazione di una riforma costituzionale sbilenca come la riduzione senza adeguati correttivi del numero dei parlamentari nella legislatura successiva. Del resto già allora il voto fu su Renzi e contro Renzi molto più che sulla sua proposta di riforma costituzionale e l’intero giudizio sulla sua premiership registra più il giudizio sull’uomo e sul leader politico che sul capo di governo.Su un solo fronte, negli ultimi quattro anni, l’ex segretario del Pd deve registrare una sconfitta senza appello: quello del consenso. Era molto basso all’alba della legislatura, lo è altrettanto nell’ora del tramonto. Ma Renzi paga più il carattere che le scelte politiche, sconta difetti che l’elettorato italiano considera da sempre imperdonabili. Tutto si può dire del leader di Iv ma non che dissimuli. In questo ricorda, più che il conclamato modello Amintore Fanfani, la bestia nera della prima Repubblica per eccellenza, Bettino Craxi. A Renzi, come a Bettino/Bokassa, manca ogni capacità di rivestire col guanto soffice il pugno duro. Proprio a lui, che viene dalle file giovanili della Dc, difetta l’arte della dissimulazione che nella Dc era linguaggio corrente. Dove altri avrebbero parlato di “necessario e non più rinviabile rinnovamento dei gruppi dirigenti per aprirsi a nuove energie” a lui viene naturale dire “rottamazione”. Per annunciare ai senatori l’intenzione di eliminare la loro Camera, invece di rivestire la pillola di zucchero parlando della opportunità di “diversificare le funzioni delle due Camere” va giù greve: “Spero che questa sia la prima e anche l’ultima volta che mi rivolgo a voi”. Senza rendersi conto che un pizzico di diplomazia e anche di ipocrisia è sempre opportuno ma con l’elettorato italiano è obbligatorio adoperare per più di quel pizzico. Non ne perdonarono l’arrogante assenza a Craxi. Non lo perdonano oggi a Renzi.L’altro tallone d’Achille del rottamatore è indistricabilmente connesso alla sua abilità nelle manovre politiche e da questo punto di vista il precedente storico non è Craxi ma Massimo D’Alema. In virtù di quelle capacità a tratti certamente disinvolta l’allora leader dell’allora Pds vanificò il trionfo elettorale di Berlusconi nel 1994 e lo rovesciò portando l’Ulivo al governo due anni dopo. L’elettorato di sinistra ne fu felice ma allo stesso tempo bollò il manovriero come subdolo, mestatore, disposto a battere ogni strada, dunque ogni “inciucio”, come si diceva allora. Poco importa se la regia di Renzi ha portato al governo proprio quel Draghi che tutti esaltano o ha impedito il trionfo dell’allora temutissimo Salvini. Tante grazie ma pur sempre di un tipo infido, inaffidabile e poco raccomandabile.Con quel carattere che per l’elettorato soprattutto di sinistra è imperdonabile ma anche con la conclamata abilità politica, la carriera di Renzi è da sempre una corsa sulle montagne russe. È arrivato molto in alto, è precipitato a rotta di collo, si è inerpicato di nuovo, è scivolato ancora. Ma la prova più difficile lo aspetta forse nelle urne il prossimo 25 settembre.

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