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Il miracolo della moltiplicazione degli esenti, una pratica fuori legge

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Altro che rappresentatività, qui siamo ai trucchi e ai giochi di prestigio: così la matrioska di partiti e partitini aggira lo spirito della lettera della norma
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La concitazione della campagna elettorale si arricchisce in queste ore di un nuovo capitolo. Si tratta della questione su quali partiti o movimenti debbano raccogliere le firme per presentare una lista e chi invece sia esentato. Questione, come si comprenderà, fondamentale per almeno due ragioni.
La prima è che la precipitazione degli eventi politici e la caduta di questa fase pre-elettorale in piena estate rende praticamente impossibile la raccolta delle firme per chi non sia “esentato”. Proprio su questo problema si spende in questi giorni Marco Cappato chiedendo che il governo consenta, con un decreto-legge, la raccolta delle firme in forma digitale. Ed è francamente difficile comprendere (comunque la si pensi) per quale motivo tale possibilità, consentita per promuovere un referendum o per presentare una legge di iniziativa popolare, sia invece negata per la presentazione delle candidature al Parlamento. Misteri della (ir-)ragionevolezza del nostro legislatore.
Ma la questione è fondamentale è che gli smottamenti politici avvenuti durante tutta la legislatura (scissioni, trasformismi e transumanze varie) e acceleratisi negli ultimi tempi hanno moltiplicato sigle e partiti, che ovviamente vogliono tentare la sorte nelle prossime elezioni. Evitando possibilmente il bagno di sangue della raccolta delle firme.
E, così, gli aspiranti all’esenzione aumentano. Nell’impossibilità pratica di fare una raccolta in piena estate, aggiudicarsi quel “passi” diventa una questione di vita o di morte. Ma si sa l’Italia è la terra dei miracoli. E allora vediamo che succede.
La questione nasce da lontano, da quando cioè, in tempi, diciamo così, remoti si ritenne di esonerare i grandi partiti che animavano la vita nazionale dalla trafila di dover raccogliere a ogni elezione le firme per la presentazione delle candidature. Si può essere d’accordo o meno, ma quella scelta aveva una sua logica. Raccogliere le firme serve a dimostrare di avere un qualche seguito nel paese, una rappresentatività minima, ed evitare che la competizione elettorale sia inflazionata da centinaia di liste inconsistenti e senza nessun seguito nel paese. Ovviamente per partiti già ampiamente e ripetutamente rappresentati in Parlamento il radicamento nel paese era, per dir così, presunto. Una presunzione di rappresentatività.
Di qui la prima grande esenzione. Come recita lo stesso Rosatellum (l’attuale legge elettorale) “i partiti o gruppi politici costituiti in gruppo parlamentare in entrambe le Camere all’inizio della legislatura” non devono raccogliere le firme. Alla grande esenzione, però, se ne sono via via aggiunte delle altre, guarda caso proprio nel momento in cui il sistema politico si sfarinava sotto i colpi di scissioni e transumanze. E così, spesso in articulo mortis, cioè verso la fine delle legislature, sono cominciate a fioccare nuove esenzioni. Nel 2008, nel 2018, nel 2022 (tanto per fare qualche esempio). Paradossalmente proprio nel momento in cui quella presunzione di rappresentatività entrava in crisi, sotto i colpi della crisi dei partiti, il sistema politico ha sentito il bisogno di allargare le maglie di quella “presunzione” di rappresentatività (assai più presunta, appunto, che dimostrata). E, come dicevo, anche in questa legislatura l’esenzione ha avuto il suo momento di gloria. Nel convertire il decreto-legge 4 maggio 2022, n. 41, il Parlamento ha, infatti, previsto ulteriori esenzioni. Le ha previste “esclusivamente” per le prossime elezioni. Del resto perché privare il prossimo legislatore di questo passe-part-tout- Al futuro ci penseranno quelli che verranno, a seconda delle circostanze e delle convenienze del momento.
Secondo questa nuova disciplina le esenzioni riguardano non più solo i partiti che abbiano avuto, in entrambe le Camere, un gruppo parlamentare dall’inizio della legislatura, ma adesso anche quelli con un gruppo in un solo ramo del Parlamento e nemmeno all’inizio della legislatura, ma al 31 dicembre 2021. Una consacrazione di scissionismo e trasformismo. Anzi, un vero e proprio premio: se fai un nuovo partito senza esserti mai misurato con il voto degli elettori, ti do anche l’esonero dalla raccolta delle firme. Quella che i giuristi chiamano una presunzione juris et de jure (tradotto: anche se non so se tu rappresenti qualcuno, per legge io presumo che tu sia rappresentativo e quindi ti evito la raccolta).
La seconda esenzione prevista da quell’emendamento di maggio è per chi abbia presentato liste alle scorse elezioni e abbia ottenuto almeno un seggio o addirittura nessuno, se lo hanno comunque votato almeno l’1 % degli aventi diritto. Ma non finisce qui. Anzi, si potrebbe dire, che queste sono scelte politiche, di cui i nostri rappresentanti si assumono la responsabilità. Se vogliono una corsia preferenziale così ampia rispetto al viottolo lasciato agli altri cittadini, questi ultimi hanno tutti gli strumenti per giudicarli. Certo se da un lato si rende la vita più facile a chi è già nelle istituzioni e dall’altro non si interviene per dare una chance dignitosa a chi da fuori voglia legittimamente entrarci (magari anche senza esenzione), non ci si può poi lamentare che il populismo dilaghi, l’astensionismo aumenti e la fiducia nella politica tocchi i minimi storici. La cosa più grave è che a furia di esoneri ed esenzioni, gli interessati ci abbiano preso la mano e stiano tentando di trasformarsi in novelli messia capaci di moltiplicare pani e pesci come fece nostro Signore per sfamare le folle nel deserto dove si era ritirato a seguito della decapitazione di Giovanni il Battista.
Il trucco è semplice. L’esenzione è per il partito o la lista. Ma cosa succede se il partito o la lista sono in realtà un’associazioni di partiti e sigle, che si uniscono per le elezioni, ma rimangono separate giuridicamente? Succede che nel caso in cui alla successive elezioni vadano separati, ciascuna di esse rivendicherà il diritto all’esenzione. Ed ecco fatto il miracolo: la moltiplicazione degli esenti, venuti fuori da una matrioska di partiti e partitini, leader e leaderini, che unendosi e dividendosi dispensano miracoli e creano miracolati.
Fantascienza, si dirà. La scissione dell’atomo. Invece, basta guardarsi intorno, sta accadendo sotto i nostri occhi (ne parla Carmelo Palma su Linkiesta, ad esempio). A meno che le istituzioni preposte al controllo sulla presentazione delle liste non facciano sentire la propria voce. Perché a me sembra un frode bella e buona dello spirito e della lettera della legge. Altro che rappresentatività, qui siamo ai trucchi e ai giochi di prestigio.
Ma la pressione è forte, perché, come dicevo, strappare un’esenzione, di questi tempi, è questione di vita o di morte. Del resto, confessiamolo: chi di noi, nella vita, non ha mai aspirato a una piccola o grande “esenzione”. Che gli evitasse traversie burocratiche, fastidiose lungaggini o la mannaia di un’esclusione imposta dalla legge. Una bella metafora dello spirito nazionale. Che avrebbe meritato una novella di Pirandello. O una urticante battuta di Flaiano. Ma dicono che entrambi, purtroppo, non ci siano più.

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