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Ma a che servono le riforme se i tribunali sono “infrequentabili”?

Tutti ci chiediamo che cosa accadrà nei decreti attuativi sul civile e penale, ma quando si interverrà sulla carenza di personale e sulle strutture al collasso?
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La domanda che impegna gli operatori del settore giustizia dopo la caduta del Governo Draghi è che cosa accadrà dei decreti attuativi delle leggi delega in materia di giustizia, avendo ben presente – non foss’altro perché in Europa ci è stato ribadito e ribadito ancora – che le rimesse del PNRR dipendono dalla realizzazione delle riforme.

Sul fronte della giustizia civile – con le positive eccezioni degli interventi nell’ambito del diritto di famiglia e delle ADR – Il Consiglio Nazionale Forense ha più volte denunciato che a nulla serve intervenire sulle regole del processo per accelerare la definizione delle liti, se non ci si preoccupa di potenziare strutture e personale, dotando le varie Corti di sedi, strumenti e risorse per svolgere il lavoro dignitosamente, coordinando interventi ed iniziative in modo coerente. Al lettore l’osservazione non può che risultare banale: come altrimenti si dovrebbe affrontare la gestione del lavoro? Peccato che non lo sia per chi ha il potere di assumere decisioni.

Paradigmatica la situazione del sesto Tribunale d’Italia per bacino di utenza – oltre 1.000.000 di cittadini, 80.000 imprese – da cui proviene chi scrive: Monza, capoluogo della provincia più industrializzata del Paese, il cui declino in termini di efficienza sembra divenuto inesorabile nella apatia delle Istituzioni governative e della politica nazionale. Il tema delle risorse umane e della carenza di personale amministrativo (oggi l’organico è a – 29% tra cui il Dirigente e ben 19 Cancellieri) si intreccia con quello della sede degli uffici giudiziari, ormai dislocati in dieci – dieci! – immobili distinti tra città e dintorni i quali, considerati come soluzioni temporanee, neppure vengono manutenuti tant’è che le condizioni ambientali di lavoro sono divenute intollerabili, al punto che la carenza di organico è ormai endemica persino sul fronte magistratura, dove ha raggiunto una scopertura superiore al 30%. E questo dato va letto insieme al breve periodo di permanenza nella sede da parte del personale dopo l’assegnazione. Insomma, un vero “fuggi fuggi”.

Eppure Avvocatura e Magistratura locali hanno proposto molte soluzioni logistiche, sono stati elaborati almeno tre progetti edilizi giunti al dettaglio della suddivisione di spazi, altrettante le valutazioni economiche, è stato compiuto un lavoro propositivo immenso da parte degli operatori locali, sostenuto e coadiuvato dal Consiglio Nazionale Forense nelle interlocuzioni con gli uffici ministeriali, per i quali la soluzione è sempre prossima, addirittura ad un passo, almeno da quando è stata soppressa nel 2012 la sezione distaccata di Desio, che da sola sbrigava un quarto degli affari complessivi di Monza ed il cui carico di lavoro è stato riversato sulla sede principale. Due sono i punti da tener presente: il denaro e il tempo per ristrutturare, bonificare, rendere fruibili spazi vetusti o quelli per rilevare strutture già idonee “chiavi in mano”, in modo da non accumulare altri ritardi in una situazione già insostenibile.

In questa prospettiva il Presidente del COA Avv. Vittorio Sala caldeggia il sì definitivo per l’acquisto di un edificio pronto ad ospitare l’intero settore civile, abbandonando l’ipotesi di recuperare un bene demaniale abbandonato da oltre dieci anni e sottodimensionato rispetto alle esigenze di spazi, e sottolinea come i costi di recupero stimati pari a 16 milioni di euro, siano oltre il doppio di quelli necessari per la soluzione immediatamente percorribile. Al di là della personale amarezza nel veder precipitare in fondo alle classifiche di efficienza un ufficio che sedeva nei primi venti posti, sovviene l’angoscia di veder coinvolti nella rovina la professionalità degli avvocati che a quell’ufficio rivolgono le istanze degli assistiti, costretti a giustificare rinvii annuali ed a difendersi dal becero detto causa che pende causa che rende, così come la reputazione dei magistrati che subiscono l’onta di non lavorare abbastanza. Ma soprattutto i diritti di cittadini ed imprenditori in attesa di tutela, con tutti le conseguenti ricadute sul tessuto sociale ed economico del territorio.

Chi potrebbe mai pensare che in un territorio così fertile di attività produttive non vi sia alcuna considerazione per lo stato del sistema giudiziario? Si tratta di un quadro che ha numerosissime versioni nel territorio nazionale, come illustrato nei vari articoli di questo giornale dedicati al viaggio tra i Consigli dell’Ordine per tutto lo stivale. E per ogni situazione il Consiglio Nazionale Forense, con la Presidenza ed i Consiglieri di ciascun distretto interessato, si è fatto portatore di denunce, istanze, proposte, ponendosi quale testa di ponte nella scelte strategiche per il funzionamento del sistema giudiziario, forte della piena consapevolezza dei problemi concreti in cui ogni singola realtà si dibatte. Eppure anche in questa situazione la voce dell’Avvocatura, finanche quella istituzionale, viene relegata al ruolo di Cassandra del 21° secolo.

Vi è da sperare che l’impegno profuso dapprima per delineare i contenuti delle deleghe per attuare le riforme nel settore giustizia, e poi per definire il contenuto dei decreti, non vada disperso dalla crisi istituzionale e trovi sbocco nel percorso deliberativo che dovrebbe rientrare tra gli affari correnti al cui disbrigo il Governo uscente può attendere. Sarebbe tuttavia di conforto – oltre che indispensabile per la funzionalità degli interventi, ricevere prova concreta della capacità di ascolto di chi conosce le situazioni reali, e della reale volontà di cominciare l’opera di ripresa e resilienza affrontandole concretamente e tempestivamente.

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