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Calenda si candida premier ma Letta lo stoppa. La resa dei conti a sinistra

Il segretario dem si trova ad affrontare problemi molto simili a quelli di Meloni: in assenza di alleanze definite e di un aspirante presidente del Consiglio, oltre al convitato di pietra Draghi, il Pd annaspa e Azione ne approfitta
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Premiership, candidature, alleanze. Se il centrodestra “piange”, impelagato in un rebus di difficile soluzione, il centrosinistra non ride affatto. Perché Enrico Letta, che ha convocato la direzione del Pd per preparare la campagna elettorale e incontrato i potenziali compagni di strada Luigi Di Maio e Beppe Sala, si trova ad affrontare problemi molto simili a quelli di Giorgia Meloni. Ma se il centrodestra ha un perimetro, per quanto accidentato, definito, dall’altra parte del campo è ancora tutto da progettare, complice la fine traumatica del matrimonio col Movimento 5 Stelle.

Non c’è un’alleanza, che sia una, già messa in cassaforte, non c’è un candidato alla presidenza del Consiglio, oltre al convitato di pietra Mario Draghi, non c’è un programma realmente definito. E sventolare l’agenda dell’ex premier come fosse il “libretto rosso” del nuovo millennio da sottoporre agli elettori potrebbe rivelarsi addirittura limitante. Sì, perché in assenza di una leadership forte davvero in campo finisce che il più rapido rischia di spiazzare il meno agile, anche se più forte. Così, mentre il segretario dem, capo del partito più importante della coalizione, pesa ogni mossa con attenzione, consapevole di giocarsi il tutto per tutto alle prossime elezioni, Carlo Calenda si diverte a spiazzare, a prendere in contropiede i possibili alleati, a non sciogliere riserve. «Noi pensiamo al governo Draghi bis con una forte componente riformista e ci candidiamo a far questo», dice il leader di Azione, seguendo senza sbavature il solco del draghismo che il Pd ha individuato come il discrimine tra chi sta di qua e chi sta di là. Però, aggiunge sibillino Calenda, «un Paese non si può fermare solo ad una persona per cui se domani Draghi dicesse che non è disponibile allora mi candiderei io. Spiegheremo come intendo governare questo paese». Come dire, se l’ex premier non intende metterci la faccia, nonostante il Nazareno abbia già stampato, si fa per dire, i suoi “santini elettorali”, c’è già un’alternativa da proporre agli italiani.

E quella alternativa si chiama proprio Carlo Calenda, che nella sua storia politica ha già più volte preso alla sprovvista il Pd. Una minaccia, quella della candidatura alla premiership dell’ex ministro dello Sviluppo economico, che Letta prova a sventare immediatamente intervenendo alla direzione nazionale del suo partito. «La discussione sulla premiership è stata surreale», dice il segretario dem, prima di rivolgersi direttamente «a chi affila le armi» per ribadire che «a palazzo Chigi si va perché gli elettori ti spingono lì e il Parlamento ti vota». Sembra di sentir parlare Giorgia Meloni, preoccupata dai possibili trappoloni tesi da Matteo Salvini e Silvio Berlusconi, ma è il capo dello schieramento avverso. «Io vorrei derubricare questa assurda discussione», insiste Letta coi suoi, assumendosi «completamente il ruolo e la responsabilità di front runner della nostra lista». Derubricare la questione “premiership” in campagna elettorale potrebbe però essere pericoloso, soprattutto se tra i tuoi interlocutori c’è qualcuno che si fa già avanti. Letta non sembra preoccupato, prima di tutto ha bisogno di definire il campo, anche se, mette in chiaro, «le alleanze che stipuleremo saranno solo alleanze elettorali».

Nessuna unione d’amore, dunque, solo fidanzamenti d’interesse per competere il più possibile col centrodestra. «Questa legge elettorale non postula coalizioni con un simbolo, ma postula solo alleanze elettorali. E siglare alleanze elettorali è importante, fa la differenza e ci dobbiamo provare», aggiunge il numero uno del Pd, rivelando in qualche modo la reale portata del progetto: dopo le urne ognuno per la sua strada, nella speranza che Meloni non riesca a trainare la sua coalizione verso la maggioranza assoluta dei seggi e il futuro governo possa nascere da un nuovo compromesso parlamentare. Solo così potrebbero tornare in gioco Draghi e la sua agenda. E almeno su questo punto, sull’eventuale alleanza puramente tattica, la visione di Letta e quella di Calenda sembrano coincidere alla perfezione. «Noi dovremo decidere se fare un tecnico sui collegi mantenendo la nostra differenza oppure andare da soli, sapendo che c’è un tema sui collegi uninominali», dice il leader di Azione. Che però, in caso di corsa solitaria, precisa: «Prenderemo una decisione in modo trasparente e presenteremo il nostro candidato premier e il nostro programma». Alternativo a quello del Pd, evidentemente.

«Il voto darà un risultato chiaro e andrà in una direzione o nell’altra, il pareggio non è contemplato. O vince l’Europa comunitaria o quella dei nazionalismi», risponde a distanza Letta, motivando i dirigenti del partito alla vigilia di una campagna elettorale “antifa”, caratterizzata dalla scelta «fra noi e Meloni». E nel “noi”, anche se in una lista esterna, dovrebbe esserci pure Luigi Di Maio, campione inatteso del draghismo, che ha incontrato il segretario dem e Beppe Sala per definire il suo nuovo progetto politico. Il sindaco di Milano, però, ha fatto sapere che non sarà della partita. Una brutta notizia per la squadra “antifa” che perde un buon regista di centrocampo.

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