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La partita di Letta tra agenda Draghi e il rebus alleanze

Letta
Il Pd spera di arrivare primo partito e di impedire la vittoria della destra. Ma è una scommessa al buio: senza intesa col M5S, i dem rischiano di perdere in Sicilia e nel Lazio
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Il Pd si è cacciato quasi da solo in un guaio enorme e non limitato al governo del Paese. In Sicilia l’alleanza con i 5S traballa. Alle rune finirà quasi certamente anche il Lazio e il problema siciliano si riproporrà anche lì: come essere nemici nelle elezioni nazionali e alleati in quelle regionali? Certo, è già successo più volte ma qui le circostanze sono ben diverse dal momento che si tratta di un’alleanza rotta da uno dei partner che bolla l’altro come «inaffidabile».

Rischiano di venire al pettine il 25 settembre, insomma, i nodi intrecciati negli ultimi 18 mesi dalla programmatica problematicità del Pd di Letta.Da quando è tornato da Parigi per sostituire Zingaretti, il nuovo segretario del Pd ha fatto il possibile per rendere il suo partito felpato. Nei confronti del governo Draghi ha adottato una linea di condotta drastica e precisa: adesione totale, incondizionata e senza alcun margine di discussione. L’ “Agenda di Draghi”, intesa come la totale delega di ogni scelta alle decisioni del premier, era già il solo programma del Pd senza bisogno di attendere il “draghicidio”. La strategia di Letta era già chiara: affidare il compito di dare al suo partito un’identità specifica solo a fronte dei diritti civili, quello sul quale è più facile distinguersi dalla destra e trovare punti di contatto facili con tutte le aree centriste, pentastellate e sull’ala sinistra. Per tutto il resto Letta si è sempre tenuto al coperto, usando la “lealtà” con il governo per non uscire dall’ambiguità.

L’incidente che ha portato al tracollo del governo è figlio di questa ambiguità. Tra i 5S e un Pd che non voleva scegliere tra le posizioni centriste di Calenda o del dissenso forzista e quelle costrette dagli eventi ad adottare un’ispirazione sempre più sociale di Conte, non c’era alcuna intesa programmatica reale, neppure sui fondamentali. Quando il leader dei 5S, messo alle strette dalle elezioni imminenti e dal crollo dei consensi, ha dovuto per forza premere l’acceleratore in quella direzione le frizioni sono inevitabilmente emerse.

Letta intende proseguire sulla stessa rotta. Mira a compattare un fronte che va dalla Sinistra italiana di Fratoianni all’Azione di Calenda per incassare, anche e soprattutto in nome della “resistenza antifascista”, i voti di tutti gli spezzoni di elettorato potenziale, con l’obiettivo non di vincere le elezioni, missione impossibile, ma di non farle vincere da nessuno con sufficiente nettezza tagliando però il traguardo come primo partito. Punta a convincere Sala a dar vita a una propria lista, con simbolo offerto da Tabacci, all’interno del quale verrebbe arruolato Di Maio. Fratoianni, oltre a conquistare comunque un seggio sicuro in Toscana, dovrebbe riunire quanta più sinistra possibile. Se si riuscisse a impedire il successo della destra, in un quadro confuso senza vincitori e vinti, con o senza Draghi sarebbe nell’ordine delle cose proseguire comunque nel solco del “governo dei migliori”. È un’opzione opposta a quella per la quale si era speso Zingaretti ma che aveva sostenuto poi anche Letta: un’alleanza sbilanciata a sinistra non solo sul fronte dei diritti civili ma, almeno sulla carta, anche su quello sociale. È una scommessa molto rischiosa.

La presenza di Sinistra italiana e dei Verdi di Bonelli difficilmente riuscirà a camuffare l’orientamento centrista di un’alleanza nella quale figureranno, in posizione eminente, Calenda, Di Maio, Gelmini, forse Brunetta. Conte è ancora indeciso tra una lista aperta a tutte le correnti di sinistra, come de Magistris, oppure un pieno ritorno alle origini ma in ogni caso, dopo la rottura, il suo M5S finirà per essere più appetibile per molti elettori di sinistra. Il richiamo del voto utile potrebbe essere ancora un elemento decisivo. Però potrebbe anche non esserlo, tanto più dopo le mazzate fatali inflitte alla credibilità della politica dalla giostra impazzita dell’ultima legislatura.

Il 25 settembre, in sostanza, Enrico Letta si giocherà tutto in una mano sola. Il calcolo a tavolino dice che il Pd primo partito gli garantirebbe comunque la conservazione della segreteria e forse è vero. Però se fosse sbaragliato dalla destra nel Paese, in Sicilia e nel Lazio resterebbe segretario non per molto tempo.

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