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Si suicida in carcere Davide Paitoni. Il legale. «Ognuno faccia i conti con la propria coscienza»

Davide Paitoni il padre omicida di Varese
L'uomo era accusato di aver ucciso il figlio di 7 anni. Il 4 gennaio il gip aveva messo in guardia l'amministrazione penitenziaria: «Necessaria ogni misura utile a prevenire possibili gesti autolesivi del detenuto»
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«Davide Paitoni, accusato di aver ucciso il figlio Daniele di sette anni a Morazzone il primo gennaio scorso, si è suicidato nella sua cella nel carcere di San Vittore»: lo ha comunicato ieri in una nota il procuratore di Varese Daniela Borgonovo. «Il 6 luglio gli era stato notificato l’avviso di conclusione indagini in relazione all’omicidio del figlio e domani (oggi per chi legge, ndr) era fissata la discussione con giudizio abbreviato nel procedimento per tentato omicidio di un collega di lavoro», termina la nota. Ancora ignota la dinamica del gesto.

Del caso è stato informato il pm di turno di Milano, che nell’ambito di un fascicolo, la cui apertura è scontata in questi casi, ha disposto i primi accertamenti. Proprio all’inizio di luglio il suo difensore Stefano Bruno aveva richiesto una perizia psichiatrica: «Era in condizioni di grave sofferenza fisica, psichica e, secondo me, anche psichiatrica. Per quello avevo chiesto per lui una perizia, ma il giudice ha ritenuto di non disporla perché dalle modalità con cui è stato eseguito il delitto ha desunto esservi una prova “tranquillizzante” della sua capacità di intendere e di volere. E anzi una perizia psichiatrica sarebbe stata anche dilatoria». Il problema, per Bruno, era anche la difficoltà di instaurare un canale di comunicazione con Paitoni: «Io parlavo, ma quando si cominciava ad entrare in argomento, lui andava in confusione, in depressione, in pianto; diceva di avere un buio, di non ricordare, di avere le idee confuse; straparlava. Diceva cose a volte con poco senso».

Nonostante l’intervento di una psicologa richiesta dalla difesa, la situazione non era migliorata. Da qui la richiesta di una perizia psichiatrica per stabilire «sia la sua capacità a partecipare coscientemente al giudizio, sia la sua capacità (ovvero incapacità totale o parziale) di intendere e di volere al momento del fatto». Due giorni fa il gip di Varese Giuseppe Battarino aveva negato l’accertamento: l’uomo «ha agito con perfetta organizzazione ideativa e derivate azioni, finalizzando coerentemente il complesso delle sue condotte», «non esiste alcuna traccia di eventuali patologie di tipo psichiatrico», «quanto alla capacità di partecipare al procedimento penale in corso a suo carico, l’indagato ha posto in essere atti coerenti e finalizzati, a partire dalla nomina di un difensore di fiducia».

L’avvocato, interpellato dal Dubbio, si dice «affranto». Aveva incontrato solo due giorni fa il suo assistito: «Lui inizialmente era stato messo in un reparto dove ci sono i soggetti a rischio suicidario. All’inizio non gli erano state date neanche le lenzuola. Leggeva questo fatto come un atto ritorsivo. Io gli avevo spiegato che erano dure ma necessarie misure di prevenzione. Poi è stato preso in carico dal servizio infermieristico del carcere, dove è stato oggetto di un percorso di tamponamento mediante la somministrazione di psicofarmaci e calmanti; il rischio era stato considerato venuto meno ed era stato messo in una cella con altre persone. Da quando però si era riacutizzata la pandemia era di nuovo solo in cella. Due giorni poi fa abbiamo discusso del rigetto della perizia da parte del Gip e questo lo aveva gettato ulteriormente nello sconforto», ha concluso l’avvocato. Per poi aggiungere all’Ansa: «Ognuno faccia i conti con la propria coscienza».

Sicuramente qualcosa non ha funzionato se un uomo si suicida quando è sotto la custodia dello Stato e nulla c’entra il delitto per cui era privato della libertà personale, in questo caso il peggiore dei crimini, ossia l’uccisione del figlio. La questione trova ancora maggiore sostegno se si tiene conto che il 4 gennaio lo stesso gip Battarino aveva inviato alla casa circondariale di Varese una comunicazione in cui si evidenziava la «necessità di ogni misura utile a prevenire possibili gesti autolesivi del detenuto». L’Amministrazione penitenziaria aveva chiesto poi di trasferirlo a San Vittore come carcere più idoneo e da Varese era stato inoltrato il provvedimento di Battarino. Come mai allora un soggetto in quelle situazioni è rimasto solo in cella? Chi doveva vigilare e non lo ha fatto?

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