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Draghi come Pertini: costretto a smentire i suoi “attacchi” a Conte

Mario Draghi
Nel 1980 il presidente della Repubblica, in visita di Stato a Madrid, dovette precisare di non aver pronunciato le parole attribuitegli, a torto o a ragione, contro Francesco Cossiga su eventuali dimissioni dalla guida del Governo
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Mario Draghi ha un po’ rivissuto a Madrid l’esperienza di Sandro Pertini nel mese di maggio del 1980, sia pure con ruoli istituzionali diversi, ma sullo stesso sfondo di una possibile crisi di governo.

L’allora presidente della Repubblica, in visita di Stato nella capitale spagnola, dovette smentire parole a torto o a ragione attribuitegli contro Francesco Cossiga. Che era finito diversamente ora da Draghi, per carità – sotto tiro alla commissione inquirente per i procedimenti d’accusa davanti alla Corte Costituzionale per la vicenda di un figlio terrorista, Marco, dell’allora vice segretario della Dc Carlo Donat- Cattin.

Sospettato dalla magistratura di Torino di avere fornito al suo collega di partito notizie utili alla latitanza del figlio, ricercato per l’assassinio del giudice Emilio Alessandrini compiuto a Milano l’anno prima per la formazione di Prima Linea, il presidente del Consiglio Cossiga rischiava l’incriminazione per favoreggiamento.

Parlandone a Madrid, appunto, col portavoce Antonio Ghirelli, che si sentì a torto o a ragione autorizzato a riferirne ai giornalisti al seguito nella visita di Stato, Pertini espresse la convinzione che Cossiga dovesse dimettersi se la commissione inquirente non lo avesse discolpato con la maggioranza prescritta per chiudere lì il caso, senza la possibilità di promuovere – come invece sarebbe accaduto un passaggio in aula, a Camere riunite congiuntamente.

Nella lotta al terrorismo Pertini, cui era capitato il triste primato di funerali delle vittime a cui partecipare come capo dello Stato, era durissimo: di una durezza che lo aveva del resto portato al Quirinale nel 1978, dopo il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, e le dimissioni di Giovanni Leone da presidente della Repubblica sei mesi prima della scadenza del mandato. Per quella sua posizione egli era stato preferito dal Pci al suo compagno di partito Giuliano Vassalli.

Flaminio Piccoli, allora capogruppo della Dc alla Camera, si era lasciato andare nella buvette di Montecitorio a un assenso poco cortese, diciamo così, per Pertini prevedendone, a più di 80 anni compiuti, una presidenza breve, destinata invece allo svolgimento completo. Nel frattempo diventato segretario del partito, Piccoli reagì sprezzantemente alle dimissioni di Cossiga ventilate da Pertini. Piuttosto – disse il capo dello scudo crociato – sarebbe il caso di attendersi le dimissioni del presidente della Repubblica.

Per quanto combattivo, Pertini replicò da Madrid smentendo di avere mai prospettato la rinuncia di Cossiga. E per rafforzare la sua smentita licenziò in tronco il portavoce Ghirelli, in soccorso del quale intervennero inutilmente i giornalisti al seguito non solo per solidarietà con un collega, ma nella convinzione che egli avesse fatto semplicemente il suo lavoro. Cosa, questa, avvertita pienamente dal presidente della Repubblica, che rispose all’appello, mentre usciva dall’albergo, confermando il licenziamento col pollice rovesciato. Cossiga poi – lo ricordo ai più giovani o meno anziani, come preferite – scampò alla Corte Costituzionale con un voto d’aula a Montecitorio voluto personalmente dal pur cugino Enrico Berlinguer, segretario del Pci.

Ma meno di un anno dopo avrebbe ugualmente perduto Palazzo Chigi, sostituito dal collega di partito Arnaldo Forlani. Draghi per fortuna non ha dovuto licenziare nessuno a Madrid. Ha soltanto dovuto smentire le telefonate a Beppe Grillo attribuitegli da interlocutori dello stesso Grillo contro Giuseppe Conte per “farlo fuori” da presidente del MoVimento 5 Stelle. O di quel che ne resta dopo la scissione di Luigi Di Maio. Una smentita, quella di Draghi, alla quale il primo a non credere è stato proprio Conte, nonostante una prima telefonata già avuta col presidente del Consiglio. Conte, anzi, ha rilanciato la polemica rafforzandola con una udienza al Quirinale.

L’unico a rimetterci il posto, almeno sinora, è stato un collaboratore della vice presidente pentastellata della Camera Paola Taverna. La quale lo ha licenziato attribuendogli un post velenosissimo contro Grillo -“mi ha ucciso” e “il partito non è di tua proprietà”- comparso sul suo sito internet, nella presunzione che il garante avesse sostanzialmente ceduto alle presunte pressioni del presidente del Consiglio contro Conte. Che in una vignetta sul Secolo XIX è adesso finito appeso nel vuoto alle braccia di Grillo, al posto di Draghi come lo stesso Conte forse avrebbe voluto e vorrebbe

 

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