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Resa dei conti nell’Anm sulle chat con Palamara: «Basta salvacondotti»

Anm chat Palamara
Le toghe di Articolo 101 e A& I reclamano una soluzione sui criteri di valutazione del pg nei procedimenti a carico dei colleghi
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Due pesi e due misure. È quanto contestano i magistrati di Articolo 101 e Autonomia & Indipendenza alla Procura generale della Cassazione nella valutazione delle toghe coinvolte nelle chat con Luca Palamara, ex presidente del “sindacato” dei giudici, espulso dallo stesso a giugno 2020 dopo lo scandalo dell’Hotel Champagne. E dopo diverse mozioni depositate con lo scopo di fare chiarezza sulle procedure utilizzate per valutare i profili disciplinari dei colleghi finiti nel calderone delle conversazioni con l’ex zar delle nomine, la questione approda al Comitato direttivo centrale dell’Associazione nazionale magistrati convocato per sabato 2 luglio – al penultimo punto di un lungo ordine del giorno. Una sorta di resa dei conti per dire basta ai salvacondotti garantiti da alcune direttive della Procura generale, con l’obiettivo di verificare «l’efficacia, l’uniformità dei criteri di giudizio adottati e le prospettive di riforma».

Sul banco degli imputati c’è, principalmente, la famosa circolare firmata dal pg Giovanni Salvi (titolare dell’azione disciplinare), dal suo braccio destro (e da luglio nuovo procuratore generale) Luigi Salvato e dall’allora avvocato generale Piero Gaeta, circolare che escludeva l’attività di autopromozione dall’alveo dei comportamenti disciplinarmente rilevanti. Una scelta che fece molto discutere, dal momento che i nomi degli stessi vertici di piazza Cavour erano ricorrenti nelle chat di Palamara. In particolare, l’ex leader Anm aveva raccontato nel suo libro “Il Sistema” che lo stesso Salvi avrebbe caldeggiato la propria nomina a pg, circostanza mai chiarita e che spinse 97 magistrati a chiedere pubblicamente le dimissioni di Salvi nel caso in cui non avesse smentito Palamara. Ma niente da fare: il pg ha anzi adottato una nuova circolare che salva anche le toghe che si sono macchiate di «condotte scorrette gravi». L’illecito disciplinare, si legge infatti, può «risultare non configurabile quando il fatto è di scarsa rilevanza». E sulle pratiche archiviate è stato apposto un sigillo di segretezza che rende impossibile conoscere le motivazioni.

Insomma, regole che lasciano l’amaro in bocca a chi, come A& I e Articolo 101, prova a vederci chiaro. Un tentativo non nuovo, a dire il vero: in una mozione presentata il 6 febbraio del 2021, i “101” avevano espresso la loro contrarietà: «La direttiva del procuratore generale della Cassazione, costituendo una linea precostituita in ordine alla rilevanza dei singoli comportamenti da analizzare – scrivevano le toghe “dissidenti” -, rischia di costituire un pregiudiziale condizionamento del lavoro dei singoli magistrati». Inoltre i “101” avevano evidenziato il «contrasto con la giurisprudenza della Corte di Cassazione in materia», dal momento che la sentenza delle Sezioni Unite 741/ 2020 «ha chiaramente ricondotto la cosiddetta autopromozione nell’alveo dei “comportamenti abitualmente e gravemente scorretti” di cui all’art. 2, comma 1, lett. d) del dlgs 109 del 2006».

Da qui l’invito – caduto nel vuoto – a revocare quelle linee guida, in quanto, aveva evidenziato nel Cdc di Anm Ida Moretti, «chi si autopromuove dimostra di ambire a quel posto non per servizio, ma per una ambizione personale». E secondo Andrea Reale occorreva «valutare se la procura generale abbia il potere di cestinare certi comportamenti rilevanti sul piano disciplinare e deontologico: non è possibile – aveva evidenziato – che una sola persona possa suggerire tali indicazioni anche ad altre persone che devono esercitare l’azione disciplinare».

La richiesta avanzata ora da 101 e A& I partendo dal presupposto che la direttiva di Salvi ha ridotto gli spazi di censura di condotte esecrabili – prende spunto dall’esito di alcuni procedimenti per incompatibilità ambientale davanti al Csm, in particolare due: quello relativo ad Anna Canepa, sostituto procuratore alla Direzione nazionale antimafia, e quello a carico di Donatella Ferranti, ex parlamentare del Pd e oggi magistrato alla Corte di Cassazione. Nel caso di Canepa, il plenum ha archiviato la questione in quanto i messaggi scambiati con Palamara, anche se «inopportuni», non avrebbero compromesso lo svolgimento delle funzioni e l’immagine di imparzialità della toga. Per Ferranti, invece, pur essendosi «tradotte anche in esplicite direttive sulle strategie da adottare o sui comportamenti da tenere da parte di Palamara», le chat «si sono rivelate prive di una effettiva ricaduta sulle funzioni svolte nella sede attualmente occupata dal magistrato».

A questi casi si aggiunge l’esposto presentato in procura da Rosario Russo, ex sostituto procuratore generale presso la corte di Cassazione, ora in pensione, che “contesta” al pg il rifiuto d’atti d’ufficio, relativamente alla vicenda che coinvolge il giudice del Tribunale di Crotone Massimo Forciniti, componente del Csm nel periodo in cui sedeva tra i suoi banchi anche Palamara.

Secondo Russo, infatti, Salvi non avrebbe esercitato, nei modi e nei tempi previsti dalle norme, l’azione disciplinare contro Forciniti, il cui caso era finito in I Commissione solo in relazione alla presentazione di un emendamento parlamentare che avrebbe consentito ai componenti uscenti del Csm di assumere da subito incarichi direttivi o semidirettivi.

Il nome di Russo compare anche tra i punti all’ordine del giorno del Comitato direttivo del 2 luglio, avendo lo stesso chiesto l’accesso agli atti del Collegio dei Probiviri in merito ai provvedimenti di archiviazione nei procedimenti per le chat Palamara. Ma tra i 15 punti di discussione ci sono anche le valutazioni sulla riforma del Csm e il progetto di riforma costituzionale per l’istituzione dell’Alta Corte. Che forse potrebbe essere la via d’uscita per evitare, in futuro, due pesi e due misure.

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