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Muore in attesa della semilibertà perduta per un errore giudiziario

carcere di Parma
Mario Serpa è morto in carcere a Parma, ergastolano da 40 anni. Dopo un lungo percorso di riabilitazione riconosciuta da giudici e operatori, aveva ottenuto la semilibertà nel 2006, tolta nel 2012 per un processo, assolto nel 2017 in appello ne aspettava il ripristino
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È morto nel carcere di Parma, attendendo la semilibertà che doverosamente gli spettava perché precedentemente tolta a causa di un errore giudiziario. Recluso fin dall’83 con tanto di condanna all’ergastolo, dopo un lungo percorso trattamentale è riuscito ad ottenere i primi benefici e infine nel 2006 la semilibertà per poter lavorare. Una persona totalmente cambiata, così come riconosciuto dall’equipe del carcere e dai giudici stessi. Ma per una inchiesta giudiziaria nei suoi confronti si è visto azzerato tutto il suo percorso. Nonostante l’assoluzione piena e senza che la procura generale facesse ricorso in Cassazione, la magistratura di sorveglianza ha respinto la richiesta perché, in sostanza, doveva ricominciare da capo per riacquistare la fiducia.

Dopo 6 anni di semilibertà un ingiusto provvedimento di custodia cautelare

Si chiamava Mario Serpa ed è morto lunedì sera, 28 giugno, all’età di 69 anni. Per capire le cause, bisogna attendere l’esito dell’autopsia. Durante l’arco temporale intercorrente dal 2006 al 2012 non si era registrata a carico di Serpa alcuna infrazione e il comportamento tenuto dallo stesso è stato più che retto. Non è stata colpa sua se, dopo 6 anni di semilibertà, è stato raggiunto da un ingiusto provvedimento di custodia cautelare, sfociato poi in una piena assoluzione. Mario Serpa fin dal 2012 è recluso in alta sorveglianza del carcere di Parma, senza che ce ne sia motivo visto che da tempo era stato declassificato grazie all’esito del suo percorso trattamentale. Vale la pena riportare l’ultima relazione di sintesi redatta proprio dal carcere parmense: «Comportamento assolutamente corretto, assenza di sanzioni, manifesta cortesia, disponibilità e interesse, relazioni rispettose, frequenza del laboratorio del riuso e svolgimento di attività a turnazione nella distribuzione dei pasti. I rapporti sono assidui con i tre figli, due dei quali affetti da handicap, La moglie del detenuto è morta di cancro nel 2001. Sulle vicende criminali, si evidenzia che, prima di esse, Serpa ha sempre lavorato, ma l’uccisione del padre per una vendetta trasversale nel 1979 ha segnato il punto di non ritorno e di inizio della caccia agli assassini del padre, poi sistematicamente uccisi». Dalla relazione di sintesi si evince anche il motivo per il quale nel ’ 79, all’età di 26 anni, finì nel vortice della violenza e dell’odio diventando così un appartenente alla ‘ndrangheta.

Scriveva: dovrei ricominciare da zero nonostante l’errore giudiziario

Era cambiato, sostituendo l’odio e la rabbia con l’amore. Lo ha raccontato molto bene attraverso una struggente lettera che inviò nel 2020 all’ex ergastolano ostativo e scrittore Carmelo Musumeci. «Da quello che si desume dal ragionamento che ha fatto il Tribunale di Sorveglianza di Bologna nel concedermi o meno il beneficio che ho chiesto – ha scritto Mario Serpa -, mi sembra di capire che io dovrei ricominciare da zero (come un detenuto che chiede per la prima volta questo beneficio) non tenendo conto né dell’errore che ha commesso la Procura, né del mio trascorso (prelevato e rinchiuso nella semilibertà senza aver commesso mai una sola infrazione). In altre parole, dovrei passare di nuovo nel crudele gioco delle “forche caudine”: ti sembra giusto?». Nella lettera si è rivolto a Musumeci sottolineando che dai suoi buoni insegnamenti ne ha fatto tesoro e «seppur ancora oggi mi ritrovo a dover soffrire (per colpe non mie) non mi lascerò mai più guidare né dall’odio né dalla prepotenza, come quand’ero giovane».

Rispedito in Alta sorveglianza, ma la cassazione ha accolto il suo ricorso

Un percorso interrotto ingiustamente, tanto che era stato rispedito nel regime di alta sorveglianza. L’inchiesta giudiziaria era denominata “Tela del ragno” relativo all’indagine su dei clan della ‘ndrangheta attivi nella zona del tirreno cosentino e su decine di omicidi. Nel 2017 è stato assolto in appello e i Pm non hanno fatto ricorso. Assoluzione piena. Lui non aveva nulla a che fare con quella vicenda per la quale però altri sono stati condannati. Un dramma, perché la vicenda fa capire quanto sia stato fallimentare non solo il carcere, ma anche il sistema giudiziario che in un attimo ha distrutto tutto il lungo percorso che l’aveva portato al cambiamento. E questo, nonostante la Cassazione gli abbia dato ragione ritenendo fondato il suo ricorso sul mancato accoglimento da parte del tribunale di sorveglianza di Bologna ritenendolo affetto da «motivazione insufficiente e contraddittoria».

La Cassazione, infatti, è stata chiara sul punto. Pur senza voler negare lo spazio di apprezzamento discrezionale dei presupposti applicativi dell’istituto della semilibertà, che compete alla giurisdizione di sorveglianza, i giudici della Corte Suprema hanno rilevato che il Tribunale «non ha offerto logica e puntuale giustificazione delle ragioni per le quali il condannato, una volta mandato assolto dall’accusa penale che aveva comportato l’interruzione della pregressa esperienza in regime alternativo alla carcerazione senza fossero emersi elementi negativi di valutazione durante quel periodo e dopo il ripristino della detenzione, non possa esservi nuovamente e proficuamente ammesso». La Cassazione, inoltre, ha sottolineato che il richiamo al principio di applicazione graduale dei benefici penitenziari, seppur corretto in linea di principio, «non risulta motivatamente applicato al caso di specie, se si considera che il percorso graduale di sperimentazione all’esterno del carcere nei confronti di Mario Serpa è già avvenuto per un periodo di svariati anni con esiti, ritenuti soddisfacenti a giudizio degli operatori penitenziari e dello stesso Tribunale».

Per la nuova valutazione chiesta dalla Cassazione l’udienza era per il 14 luglio

A quel punto il tribunale di sorveglianza ha dovuto, per ordine della Cassazione, rifare una nuova valutazione. Ma l’udienza, per un motivo e per un altro, è stata rinviata. La prossima udienza per decidere finalmente il ripristino della misura alternativa è stata fissata per il 14 luglio. Mario Serpa però è morto, non facendo più in tempo a vedersi ripristinata la semilibertà che aveva ottenuto con sudore e voglia di riscatto per un crimine commesso più di quaranta anni fa. Non solo. Era in attesa di altri permessi, l’ultimo – così ha appreso il garante regionale dell’Emilia Romagna Roberto Cavalieri – era per poter andare a trovare i due figli gravemente disabili. Nell’ultimo colloquio avuto con il Garante, Mario Serpa lamentava il fatto che il magistrato non gli avesse più concesso permessi. La nipote, da anni, gli è stato vicino, facendo anche da tutore legale. A pensare, che proprio a causa dell’inchiesta giudiziaria che colpì ingiustamente Serpa, anche lei e la sua famiglia ha subito problemi nonostante fossero incensurati. Sì, perché la clava giudiziaria inevitabilmente va a colpire anche chi è vicino alla persona attenzionata. Poco importa se tutto ciò provoca sofferenza materiale ed esistenziale.

Resta il fatto che Mario Serpa, successivamente all’ingiusta revoca della semilibertà, era in attesa del ripristino a seguito della sentenza di assoluzione passata in giudicato nel processo che vedeva la causa della revoca del beneficio. Quel beneficio rigettato con motivazioni stigmatizzate dalla Cassazione con la sentenza decisa l’11 dicembre del 2020. Com’è detto, ancora è da accertare la causa della morte. Non aveva una patologia grave, ma la nipote dice amaramente a Il Dubbio: «Qualunque sia la causa, me l’hanno ammazzato loro!». Sicuramente è anche vittima di una pena aggiuntiva e ingiusta, quella che colpisce allo spirito e quindi al cuore. Si può morire anche di dolore.

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