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Equo compenso, il ddl marcia verso il sì definitivo

Oggi il completamento dell’esame in commissione al Senato: ok senza modifiche ai primi 8 articoli
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L’Equo compenso potrebbe presto diventare legge. È questa la novità che emerge dai lavori della Commissione Giustizia del Senato, che il 28 giugno ha esaminato l’AS 2419, “Disposizioni in materia di equo compenso delle prestazioni professionali”, promosso dalla leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, insieme ai deputati Jacopo Morrone (Lega), e Andrea Mandelli (Forza Italia). Insomma, il provvedimento, che si trova in seconda lettura al Senato, e che era tanto atteso dal mondo dei professionisti, è veramente vicino al traguardo.

Infatti, i primi 8 articoli (su 12) sono stati approvati senza modifiche, e tutto lascia immaginare che il 29 giugno, nella seduta pomeridiana della Commissione Giustizia del Senato, si giunga al completamento dell’esame del Ddl sull’Equo compenso con l’approvazione degli ultimi 4 articoli (presumibilmente senza modifiche). A quel punto non resterebbe che la ratifica dell’aula del Senato, prima che il Disegno di legge 2419 venga pubblicato in Gazzetta Ufficiale. «L’esame in Commissione è proceduto in modo lineare – afferma la senatrice di Forza Italia, Fiammetta Modena – e se da una parte il Governo ha lasciato di fatto libera la Commissione di decidere sugli emendamenti, è stato il relatore, il senatore Emanuele Pellegrini (Lega), ad esprimere parere contrario su molti emendamenti. Di fatto, il voto è stato spesso unanime, e solo per alcuni emendamenti, per i quali non vi era un parere contrario, si è visto il voto favorevole di Pd e M5S, che però non è stato sufficiente per approvare quegli emendamenti».

Va detto però, come era stato ricordato in queste pagine lo scorso 23 giugno, l’esito dell’esame in Commissione Giustizia del Senato era tutt’altro che scontato. Tanto che un esponente del Governo, ossia il sottosegretario alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, aveva espresso pubblicamente il 26 giugno la sua contrarietà a modificare il testo uscito dalla Camera dei Deputati, se non altro per il pratico motivo che il tempo restante di questa legislatura è così limitato che una nuova lettura alla Camera potrebbe non essere completata, facendo quindi mancare l’approvazione definitiva del disegno di legge, che comunque rappresenta un passo in avanti rispetto alla disciplina attuale. Un’opinione, questa, che era già stata espressa dal Consiglio nazionale forense (insieme a tutte le altre sigle che rappresentano il mondo forense), con un comunicato stampa del 19 maggio scorso, con il quale si richiedeva a gran voce, a tutte le forze politiche, di portare a termine l’iter legislativo del disegno di legge sull’equo compenso, approvando definitivamente una legge considerata «di civiltà» per gli avvocati.

In definitiva, per l’Avvocatura l’obiettivo di contrastare il rischio di proletarizzazione della libera professione è così grande che vale la pena di accettare il provvedimento come licenziato dalla Camera dei deputati, seppur in presenza di alcuni aspetti emendabili. D’altronde, secondo i maggiori esponenti della professione forense, l’attuale testo aiuta a ristabilire un equilibrio nei rapporti tra operatori economici e liberi professionisti, e impone, ai contraenti forti e alla Pubblica amministrazione, il riconoscimento di compensi professionali rapportati ai parametri ministeriali, circostanza che permette di riconoscere un compenso proporzionato alla quantità e alla qualità del lavoro svolto. Ciononostante alcuni esponenti del Pd, come la deputata Chiara Gribaudo, aveva espresso nei giorni scorsi critiche sull’art. 5, comma 5, del Ddl sull’equo compenso, che obbliga gli ordini professionali a sanzionare i professionisti che violano l’obbligo di concordare un compenso equo. Ma evidentemente queste perplessità sono state superate dalla maggioranza dei componenti della Commissione Giustizia del Senato.

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