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Raffaele La Capria, l’intellettuale scomodo che libera dall’ignavia persino noi avvocati

A 99 anni se ne va lo scrittore che ha smascherato le miserie della borghesia napoletana e non solo
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È scomparso a 99 anni il grande scrittore Raffaele La Capria, nato a Napoli nel 1922 e vissuto per anni nel mitico ed affascinante Palazzo Donn’Anna, in bilico sul mare di Posillipo. All’inizio dell’ottavo capitolo di Ferito a morte, La Capria descrive così uno dei personaggi del romanzo, Rossomalpelo: “Eccolo là, seduto di fronte a me, più giovane di me, informato di tutto, e capace di indignarsi”.

Di qui una riflessione generale su quanti e quali, scrittori e non, al giorno d’oggi sono effettivamente capaci d’indignarsi.A parere di La Capria lo scrittore non dovrebbe mai conformarsi all’opinione generale, al vento che tira, ma dovrebbe avere una dissenting opinion, trovare in sé una capacità individuale di reagire alle cose che avvengono. Insomma, lo scrittore dovrebbe essere nella società uno che non è amato da nessuno in particolare, perché è una mina vagante di cui non ci si deve poter fidare. Lo scrittore è qualcuno che non può essere controllabile. L’ideologia, spesso, è un controllo che si stende sull’immaginazione di certi scrittori. Uno scrittore dev’essere all’altezza di un individualismo che è al di fuori di qualsiasi appartenenza, alias controllo.

A me non piacciono – diceva La Capria – gli scrittori che s’indignano per professione perché credo che spesso questo tipo d’indignazione serva solo ad autopromuoversi. Oggi ci sono più risentiti, poiché il risentimento rende. Io non voglio campare sul risentimento, voglio provarlo quando capita. La Capria sapeva quando e perché indignarsi. Se non avesse avuto tale capacità, non si sarebbe mai potuta realizzare un’opera di denunzia potente ed in netto anticipo sui tempi come fu il film “Le mani sulla città” di Francesco Rosi, di cui lo scrittore partenopeo fu formidabile sceneggiatore. Questo spiccato senso critico emerge anche, in tutta la sua evidenza, in Ferito a Morte, dove La Capria demolisce un’agiata ed ignava borghesia posillipina, descritta come personaggi simili ad un quadro rivisitato ed addolcito di George Grosz.

La riflessione maturata da La Capria a proposito della capacità (o dell’incapacità) dello scrittore di indignarsi pare possa essere mutuata anche all’interno del contesto forense, consentendo al giurista – e in primis all’avvocato – di recuperare quella capacità di lettura delle diverse mistificazioni del reale. Una rinnovata capacità critica che possa fornire delle chiavi interpretative alternative, più autentiche e capaci davvero di scuotere le coscienze, soprattutto in momenti di grande sofferenza sociale, e rappresentare il cuore pulsante di una rinascita culturale.

L’atteggiamento timido, quasi di chiusura, o peggio ancora di ignavia, di alcune menti colte, infatti, ha indubbiamente disincentivato con il passare del tempo lo sviluppo di spirito critico e di coscienza civile nell’ambito di una determinata comunità, contribuendo così a determinarne il progressivo imbarbarimento dei costumi. È essenziale per l’avvocatura – e in modo particolare per l’avvocato penalista – trarre insegnamento dalla lezione di La Capria per tornare ad esercitare quella funzione di rottura e di contrasto al progressivo appiattimento delle menti, che necessitano invece di restar deste innanzi agli innumerevoli ed evidenti tentativi di mistificazione – volti a garantire in ogni modo possibile lo status quo – che promanano dal potere. Ed è un monito che va indubbiamente rivolto soprattutto alle nuove generazioni di avvocati.

È proprio la capacità di indignarsi, è proprio tale profondo turbamento, infatti, che anima la voglia di denuncia e costituisce l’essenza ultima della vera cultura, che deve destare necessariamente inquietudine, non è mai semplice intrattenimento, non è mai distrazione di massa, non è mai comodamente neutrale.

Domenico Ciruzzi, già vicepresidente dell’Unione Camere penali e presidente della Fondazione Premio Napoli

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