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Leonardo Del Vecchio, simbolo dell’Italia che ha saputo farsi grande dal nulla

LEONARDO DEL VECCHIO
Addio al patron di Luxottica: da una bottega a un impero con 80mila dipendenti
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È una sensazione strana quella di sentirsi sorpresi dall’annuncio che un signore di 87 anni è deceduto. Come può uscire di scena  – ti chiedi  – un grande protagonista come Leonardo Del Vecchio? Di lui hai seguito fino a pochi giorni prima l’attività instancabile, il fiuto per gli affari, la capacità di creare da una piccola bottega un impero produttivo e finanziario (80mila dipendenti e più di 9mila negozi), rivelandosi anche per decenni un datore di lavoro illuminato all’avanguardia nelle ricerca del benessere dei propri dipendenti e delle loro famiglie, tramite la diffusione di istituti di welfare aziendale di cui Luxottica è stata tra le prime protagoniste.

Poi, basta un attimo e ti convinci che uomini come Del Vecchio non muoiono mai: come i vecchi soldati – racconta la leggenda – scompaiono nella nebbia.  Rimangono le opere, la ricchezza che hanno creato e distribuito, inseguendo un imperativo etico, che non è – come direbbe Maurizio Landini – brama di profitto, ma desiderio di riscatto da un destino ingrato che si apprestava a fare del piccolo Del Vecchio un percettore  da adulto – se allora ci fosse stata  questa prestazione assistenziale  – del reddito di cittadinanza.

Non ho mai conosciuto e neppure incontrato Leonardo Del Vecchio. Non ho quindi nulla da aggiungere alle tante parole e pagine che i media hanno dedicato per ricordare il profilo, il carattere, l’attività di questa persona, levato dalle insidie della strada (come volle sua madre) dall’accoglienza dei Martinitt, a cui la natura aveva fatto dono di intelligenza, spirito di intraprendenza, coraggio, inventiva e cultura inversamente proporzionale alla scolarizzazione ricevuta (quella V elementare che fino agli anni ’60 del secolo scorso ha costituito il limite della scuola d’obbligo).

Per età ed esperienza posso essere buon  testimone della ‘’generazione Del Vecchio’’, quella stessa che in pochi anni condusse il nostro Paese, distrutto ed umiliato dalla guerra, a compiere quel salto di qualità, con tassi di crescita che ora farebbero invidia alla Cina, passato alla storia come ‘’il miracolo economico’’. Certo, non sono tanti coloro che, partendo da quegli anni, sono arrivati al primato internazionale di Luxottica. La grande maggioranza  ha dato vita ad attività economiche di dimensioni più modeste, ma che hanno costituito vere e proprie filiere e reti in progressiva crescita, prima o poi in grado di trovare nicchie di mercato in ogni parte del mondo dove far giungere prodotti di qualità laddove, per oltre un secolo, eravamo stati  in grado di esportare soltanto milioni di braccia.

Del Vecchio è la dimostrazione che esistono dei connotati antropologici per lo sviluppo. La ricostruzione di un Paese distrutto non è stata una marcia trionfale. A cominciare dalla riconversione produttiva di un assetto industriale indirizzato – dopo la droga dell’autarchia – all’industria bellica. Le grandi fabbriche di allora dovettero ridimensionarsi, avviare nuove produzioni e ricorrere a migliaia di licenziamenti che provocarono enormi conflitti sociali, con  scioperi, occupazioni degli stabilimenti e purtroppo anche morti e feriti. Ma gli operai licenziati si guardarono attorno e crearono dal nulla una rete di piccole imprese e artigiane, con grandi sacrifici di duro lavoro. Ma quelle iniziative sono cresciute e oggi sono la caratteristica del nostro tessuto produttivo e sono in grado anche di esportare la parte prevalente della loro produzione.

Sono tanti i Del Vecchio che hanno lasciato, con entusiasmo e fantasia, un solco dietro di sé. Ne ricordo uno per tutti che ho conosciuto: Cinzio Zambelli, amministratore delegato di Unipol spa. Anche Zambelli aveva soltanto la licenza elementare, ma ebbe la capacità di trasformare una piccola società del movimento cooperativo in una delle più grandi compagnie di assicurazione italiane ed europee. Oggi, si discute molto delle difficoltà del turismo nel trovare manodopera, dopo che da decenni l’offerta era soddisfatta in prevalenza da lavoratori stranieri (adesso è complicato avvalersi anche di questi apporti). La Romagna è una delle capitali mondiali del turismo. Come è stato possibile che ciò sia avvenuto in quel tratto di territorio che è una piccola porzione delle coste italiane? Un secolo fa Rimini era una città di pescatori. Si accorsero che i ‘’signori di città’’ frequentavano quelle spiagge che erano lì deserte e incolte da secoli.

Nella loro testa scattò una intuizione: le famiglie di pescatori e di mezzadri cominciarono ad affittare l’abitazione andando ad alloggiare nei mesi estivi nella stalla. Poi costruirono una seconda casa, che nel giro di qualche anno divenne una pensione, poi un albergo e intanto quella zona diveniva un centro capace di seguire le esigenze del mercato e di  accogliere non solo le famiglie e i bambini, ma anche i giovani. Un’ultima sottolineatura di come le persone possono divenire protagoniste della storia. Sono passati 46 lunghi anni da quella sera afosa del 6 maggio 1976. Quarantasei anni di dolore, in primis, di rielaborazione del lutto, ma anche di riscoperta dell’orgoglio friulano attraverso quella ricostruzione che è diventata un vanto identitario per tutti i friulani. Il Friuli era un territorio di immigrazione, ma una sciagura divenne l‘occasione per mutarne il destino.

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