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Anche a Parigi la magistratura ha ucciso carriere e deciso presidenti

Da Strauss-Kahn a Fillon passando per Sarkozy. Quando le inchieste cambiano il corso politico
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Prima di finire ammanettato in mondovisione dalla polizia di New York che lo trascinava nel carcere di massima sicurezza di Rickers Island, Dominique Strauss-Kahn (DSK) non era solamente il prestigioso direttore del Fondo Monetario Internazionale, ma anche il presidente francese in pectore. Era il 2011, pochi mesi dopo si sarebbe votato per l’Eliseo e tutti sondaggi attribuivano al leader socialista un vantaggio incolmabile sull’allora capo di Stato Nicolas Sarkozy.

Le accuse rivolte a DSK erano pesantissime: violenza sessuale nei confronti di Nafissatou Diallo, impiegata delle pulizie al Sofitel di Manhattan. Inizialmente le prove sembravano schiaccianti, poi però le tesi dell’accusa hanno perso consistenza, soprattutto per le tante contraddizioni emerse negli interrogatori di Diallo che viene a sua volta denunciata dagli avvocati di Dsk per diffamazione. Il procuratore decide allora di prosciogliere l’imputato che poi si accorda co Diallo nel processo civile versandole 1,5 milioni di dollari. Al ritorno in Francia DSK è un politico finito che trova una magistratura che prova a metterlo alla sbarra per altre due vicende legate ai suoi “appettiti sessuali”. L’affaire Tristan Bannon, la scrittrice e giornalista che lo accusa di un tentato stupro e il caso Carlton di Lilla, dal nome dell’hotel in cui secondo i pm sarebbe avvenuto un traffico di prostituzione di lusso, che avrebbe coinvolto i notabili della regione con al centro sempre lui. Entrambe le vicende si sono sgonfiate: prosciolto senza andare a processo nella prima, assolto per non avere commesso il fatto nella seconda.

Ma ormai era un appestato, come era chiaro a tutti che non sarebbe mai più stato un protagonista della vita politica francese. Ad approfittare della discesa agli inferi di Strauss Kahn avrebbe dovuto essere Sarkozy, diventato il gran favorito dei sondaggi, che invece viene sconfitto a sorpresa dal grigio ma astutissimo François Hollande il quale aveva sostituito all’ultimo momento proprio DSK. E guarda un po’, le inchieste giudiziarie che avrebbero flagellato la sua esistenza negli anni successivi hanno cominciato a lievitare proprio allora. Anche quella di Sarko è infatti una carriera politica andata in pezzi sotto le bordate delle procure, in particolare a per il famoso affaire des écoutes: lo scorso marzo Sarko è stato condannato in primo grado per traffico di influenze, ossia per aver promesso una promozione a un giudice (che poi non è mai avvenuta)in cambio di informazioni riservate su un’altra inchiesta che lo riguardava. I metodi impiegati dagli inquirenti che il ministro della giustizia Dupond Moretti ha definito «da spioni» sono un campionario di sconcezze: dalle intercettazioni tra avvocato e cliente, alle perquisizioni selvagge degli studi legali, a una sorveglianza di mail e telefoni e corrispondenza privata durata anni all’insaputa dell’indagato. Probabilmente Sarzozy, oggi entrato nell’orbita macroniana, riuscirà a ribaltare la sentenza in appello, ma anche lui è ormai un corpo estraneo alla vita politica transalpina.

L’ultimo a finire nella tagliola delle inchieste giudiziarie è un altro uomo politico di centrodestra, compagno di partito a amico personale di Sarkozy: François Fillon, travolto dal cosiddetto penolopegate. Poche settimane prima delle presidenziali del 2017 che segnarono l’ascesa di Emmanuel Macron, il favorito era senz’altro l’ex premier, trionfatore delle primarie dei neogollisti. Ma l’offensiva dei pm, coordinata dalle inchieste del giornale Canard enchaîné lo ha stroncato con timing degno di una serie tv: Fillon è accusato di aver fatto assumere la moglie Penelope Clarke come assistente parlamentare per 500mila euro annui senza che lei mettesse effettivamente piede nel suo ufficio. Le indagini si allargano e coinvolgono i figli della coppia, Marie e Charles, anche loro assunti come assistenti parlamentari per circa 85mila euro all’anno. Il clamore del penelopegate funesta la campagna elettorale di Fillon che da favorito passa la quarto posto, superato anche da Mélenchon e Le Pen. Fillon, denunciando «il killeraggio mediatico e l’assassinio politico» che avrebbe subito è stato condannato in primo grado per traffico di influenze e a dieci anni di ineleggibilità. Anche il questo caso il processo di appello potrebbe rovesciare la sentenza ma anche in questo caso siamo di fronte a una carriera politica stroncata.

Nei primi anni duemila era andato in scena un altro ruvido scontro tra il presidente Jacques Chirac e la procura della capitale che lo accusava di false assunzioni al Comune di Parigi nel periodo in cui era sindaco. La responsabile dell’inchiesta, Eva Joly ha tentato in tutti i modi di interrogare Chirac rimettendo pubblicamente in causa l’immunità presidenziale sancita dalla Costituzione. Da comune cittadino Chirac viene prosciolto dall’accusa di traffico di influenze ma riconosciuto colpevole di falso ideologico. Ma non di fronte a Joly: la magistrata aveva infatti abbandonato la toga per candidarsi alle presidenziali con il partito ecologista.

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