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Rebus risoluzione: braccio di ferro sul ruolo delle Camere

Il M5S chiede che il governo riferisca in Parlamento prima di assumere decisioni nei vertici internazionali. La materia incandescente è il ruolo dell'Italia nella crisi: non solo la fornitura d'armi ma anche l'esposizione più o men netta a favore di una trattativa che in realtà tutti i principali paesi della Ue vogliono
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Prima o dopo? La domanda della discordia è tutta qui: il governo deve consultare il Parlamento prima di assumere decisioni nei vertici internazionali o riferire alle medesime Camere dopo averle assunte?

Per i 5S e per LeU non possono esserci dubbi: in una Repubblica parlamentare il ruolo del Parlamento stesso non può limitarsi all’essere informato a cose fatte. Per il governo la corda sarebbe troppo corta. Si tratterebbe di un «commissariamento»: questo almeno è ciò che filtra dal lunghissimo vertice di maggioranza che ansima per trovare la quadra, dopo un week- end con i telefoni incandescenti. E poco male se qualcuno stenta ad afferrare cosa significhi, in una Repubblica parlamentare qual è quella italiana, che il Parlamento “commissaria” il governo. Nell’estenuante tira e molla non si parla esplicitamente di armi: nominarle sarebbe come parlare di corda in casa dell’appeso. La sostanza è anche quella e ma tra le due visioni che si confrontano la differenza è più generale e non è questione di lana caprina. È su questo punto che la maggioranza resta arenata per ore. Tutti si affannano a giurare e in realtà spergiurare che i panni sporchi di casa 5S non c’entrano niente con la risoluzione della quale si parla ormai da settimane, quella di maggioranza sulla guerra, e relative difficoltà. La verità naturalmente è opposta. Proprio la guerra in corso tra i 5S ha reso molto più difficile risolvere il rebus della risoluzione.

Le trattative si sono prolungate per tutto il week- end. I 5S, linea- Conte, non vogliono rompere, mirano al testo comune di tutta la maggioranza. Lo ripetono ogni quarto d’ora circa e non mentono. L’ex premier non vuole assumersi la responsabilità della spaccatura insanabile nel Movimento e nella maggioranza. È possibile, anzi probabile, che in cuor suo la auspichi, convinto però che a strappare non debba essere lui.

Sul grosso del testo l’intesa si trova facilmente. Si tratta di chiedere all’Europa di mettere a punto «strumenti fiscali comuni» per fronteggiare la crisi, di sostenere la revisione di Maastricht, di battersi per il Price Cap sul gas, obiettivo che pare del resto a portata di mano. Chi mai potrebbe opporsi? Acque tranquille anche sull’appoggio alla richiesta ucraina di ingresso nella Ue già promesso nella maniera più solenne da Draghi. Tutti favorevoli, tanto più che è citato «il rispetto dei criteri di Copenaghen». Palla alla Commissione e più di questo l’Italia non può fare. I tempi non saranno brevi ma era già ben chiaro.

La materia incandescente è il ruolo dell’Italia nella crisi: non solo la fornitura d’armi ma anche l’esposizione più o men netta a favore di una trattativa che in realtà tutti i principali paesi della Ue vogliono, però senza frizioni con gli Usa e senza che l’indirizzo suono come un tradimento agli occhi di Zelensky e dell’Ucraina. È un po come quadrare il cerchio ma la paroletta «de- escalation», che può voler dire tutto ma anche niente, si presta alla bisogna.

Resta il nodo del rapporto tra potere esecutivo e legislativo, tra governo e Parlamento, quando in ballo ci sono decisioni incisive, tanto per fare un esempio a caso una nuova fornitura d’armi, ed è qui che gli effetti della battaglia nel Movimento si fa sentire. Prima che Di Maio forzasse così apertamente la mano Conte e la sua corte erano più disponibili, meno rigidi. Dopo la mossa di Di Maio il margine si è ristretto: i 5S- linea Conte sanno infatti benissimo che un testo di quel genere verrebbe sbandierato dai 5S- linea Di Maio come una loro vittoria piena. Rivendicherebbero il merito e l’onore di aver impedito con le cattive la deriva anti- atlantista tentata da un leader che di fatto non riconoscono.

Non sarebbe certo il modello di comunicazione ideale per provare a tener insieme quel che resta della creatura di Beppe Grillo. Ma in questo momento tenere insieme il Movimento è l’ultima tra le preoccupazioni di Di Maio che da quelle parti sa bene di non avere più molto spazio. Deve andarsene, probabilmente con l’obiettivo di tentare l’avventura comune con Mara Carfagna. Sul fronte opposto, peraltro, le divisioni esplose in modo così sgangherato e plateale nel Movimento spingono l’ala più dura a concedere il meno possibile. Alla fine, quasi certamente, una mediazione semantica si troverà e tutti fingeranno che non si tratti solo di alchimie verbali ma di una vera quadra politica. A crederci però non saranno in molti.

 

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