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Conte perde la sfida, passa la linea Draghi. Ma ora il governo balla

Lieto fine sulla risoluzione di maggioranza dopo il braccio di ferro. Ma il premier concede al suo predecessore soltanto un contentino
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Nessun voto in dissenso, nessuna astensione, lieto fine con una mozione unitaria della maggioranza anche se, come in ogni sceneggiatura che si rispetti, gli ostacoli non sono mancati, la suspense è proseguita sino all’ultimo secondo utile, essendo il travagliato parto arrivato a dibattito in aula già in corso da ore. Poco male. L’importante è l’happy ending e il governo dovrebbe pertanto uscire dalla temuta prova del dibattito sulla guerra più forte, più saldo, più stabile. Non è così. Al contrario la giornata è destinata a segnare una svolta nel percorso di Draghi e non nel senso di una maggiore armonia e forza.

Sulla risoluzione di maggioranza è andato in scena un braccio di ferro parola per parola e virgola per virgola quasi imbarazzante a paragone della drammaticità della crisi e della guerra. La mediazione raggiunta è di carta velina. Il governo è rimasto molto rigido non solo nei confronti di Conte, dei 5S e di LeU ma anche dell’intera maggioranza, respingendo una dopo l’altra le diverse formule di mediazione proposta. L’esito è un testo che concede all’asse Conte-LeU una frase sul «coinvolgimento necessario e ampio del Parlamento» anche sulle «forniture militari» però ribadisce che devono svolgersi «con le modalità previste dal dl approvato in marzo», cioè con informative trimestrali, senza obbligo di voto parlamentare sulle armi, informando le Camere essenzialmente per il tramite del Copasir. L’esito del braccio di ferro crea dunque aspettative destinate a essere deluse, come ha specificato Draghi nella sua replica, ringraziando il Senato per la scelta di proseguire sulla strada delineata proprio dal dl di marzo.

All’ex premier il suo successore ha concesso pochissimo, arrivando a un passo dall’umiliazione. I 5S hanno accettato la risoluzione sotto la pressione della scissione quasi annunciata da Di Maio. È evidente che la paura di fornire un alibi al ministro degli Esteri smarcandosi e probabilmente di spingere verso il nuovo gruppo un numero maggiore di parlamentari hanno avuto tutto il loro peso. La scissione è a sua volta un fattore di destabilizzazione potente. Per motivi materiali e concreti, certo: gran parte della delegazione al governo seguirà il ministro degli Esteri. I 5S non possono però restare in maggioranza ma quasi senza più ministri e sottosegretari: il rimpasto sarà presto inevitabile. Ma il bilancino è ancora il meno. Il massimo della tensione e il fattore di rischio più minaccioso si addensano sul fronte politico. In una maggioranza già divisa per forza di cose sin dalla nascita saranno presto presenti due partiti nati da una scissione e destinati quindi a contendersi senza esclusione di colpi la stessa base elettorale. Non però gareggiando in radicalismo con lo stesso indirizzo ma, al contrario, facendo proprio della guerra la linea di demarcazione: i nuovi arrivati di Di Maio cercheranno di far passare gli ex compagni di Movimento, come il ministro degli Esteri ha già cominciato a fare, per pericolosi guastatori che mirano ad allontanare l’Italia dalla sua tradizionale collocazione occidentale e atlantista.

Quanti rimarranno con Conte dipingeranno gli scissionisti come traditori dei principi fondanti di quel che fu il M5S e per questo dovranno accentuare la divaricazione proprio sul fronte della guerra. Sarebbe un equilibrio precario anche se non si verificassero fatti nuovi e traumatici. Diventerebbe esplosiva se la crisi si aggravasse. La scissione, inoltre, consegna un argomento forte e contundente a quanti nel Pd lavorano per far saltare l’alleanza con Conte e sarà anche questo un fattore fortemente centrifugo.

La tensione registrata nelle ultime 48 ore non all’interno della maggioranza ma fra governo e maggioranza, inoltre, non resterà senza conseguenze. La campagna elettorale incalza, i punti nevralgici per ciascun partito sono parecchi. Soprattutto se la crisi innescherà un disagio sociale diffuso, come è non possibile ma molto probabile, i partiti saranno sempre meno disposti ad accettare senza un fiato gli ordini di palazzo Chigi. Draghi però non solo non intende modificare il suo metodo ma sia nella trattativa sulla risoluzione sia negli interventi in aula è apparso più duro e drastico che mai. Lo aspetta una navigazione sempre più accidentata.

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