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Le toghe di Md: «Il dramma di Cloe Bianco è anche il fallimento della giustizia»

Magistratura democratica: «La comunità scolastica aveva l’obbligo giuridico di rispettare l’identità della prof.ssa Bianco. Il fatto che non sia successo è anche responsabilità del sistema giudiziario»
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«Non ci lascia indifferenti non solo come cittadini e cittadine, ma prima come magistrati/e di questa Repubblica cui spetta di rimuovere di fatto gli ostacoli che impediscono una vera uguaglianza. Perché la professoressa Bianco aveva chiesto nel processo che fosse riconosciuto il suo diritto a essere quella che sentiva di essere, aveva chiesto di dichiarare che quello che lei era (una donna, non un uomo vestito da donna) non rappresentava alcuna violazione degli obblighi del suo lavoro di insegnante». È quanto scrive Magistratura democratica in un un documento approvato all’unanimità dal parlamentino in ricordo di Cloe Bianco, ritrovata carbonizzata nel camper in cui viveva in provincia di Belluno.

«Un documento sacrosanto, che riporta le regole del diritto e il sistema valoriale che le sostiene, nella giusta dimensione della tutela dei diritti », ha sottolineato il giudice Gaetano Campo, presidente della Sezione Lavoro del Tribunale di Vicenza, dopo la lettura del documento. Nel processo Cloe Bianco ha avuto torto, ma «è stata una decisione sbagliata – scrivono le toghe di Md – non moralmente o eticamente non condivisibile, ma giuridicamente sbagliata. Perché i divieti di discriminazione proteggevano la diversità della prof.ssa Bianco e quindi impedivano che quella diversità potesse essere qualificata inadempimento disciplinarmente sanzionabile. Già con una decisione del 1996 infatti, (la sentenza Cornwall County Council),  la Corte di Giustizia, ha affermato che “il diritto di non essere discriminato in ragione del proprio sesso costituisce uno dei diritti fondamentali della persona umana” e che l’applicazione di un tale divieto non può “essere ridotta soltanto alle discriminazioni dovute all’appartenenza all’uno o all’altro sesso”».

«Al contrario esso deve applicarsi anche alle discriminazioni che hanno origine, come nel caso rimesso al giudizio della Corte, nel mutamento di sesso – prosegue il documento -. In quella decisione il giudice dell’Unione ha anche affermato che “siffatte discriminazioni si basano essenzialmente, se non esclusivamente, sul sesso dell’interessato” e che, quindi, “una persona, se licenziata in quanto ha l’intenzione di sottoporsi o si è sottoposta ad un cambiamento di sesso, riceve un trattamento sfavorevole rispetto alle persone del sesso al quale era considerata appartenere prima di detta operazione”, per poi sostenere che “il tollerare una discriminazione del genere equivarrebbe a violare, nei confronti di siffatta persona, il rispetto della dignità e della libertà alle quali essa ha diritto e che la Corte deve tutelare”».

Dopo aver menzionato la giurisprudenza della Corte in materia, Md ricorda l’ordinanza 185/2017  della Corte Costituzionale, per sottolineare che la comunità scolastica non aveva «diritto di interferire con le manifestazioni di quell’identità». «A fronte dell’affermazione del giudice remittente secondo cui il mutamento dei caratteri sessuali secondari non dovrebbe ritenersi condizione idonea alla rettificazione del sesso, in quanto l’esplicazione del diritto della persona transessuale alla propria identità personale dovrebbe essere bilanciato con quello della collettività a non essere costretta “ad elaborare regole di comportamento certamente molto lontane dalla tradizione secolare”», la Consulta infatti «ha al contrario affermato che “la denunciata imposizione di un onere di adeguamento da parte della collettività non costituisce affatto una violazione dei doveri inderogabili di solidarietà, ma anzi ne riafferma la perdurante e generale valenza, la quale si manifesta proprio nell’accettazione e nella tutela di situazioni di diversità, anche «minoritarie ed anomale”».

«L’amministrazione scolastica, i genitori, gli allievi non avevano quindi diritto di pretendere un coming out “corretto” o “responsabile”, avevano invece l’obbligo giuridico di rispettare l’identità della prof.ssa Bianco. Il fatto che non sia successo è anche responsabilità del sistema giudiziario, una responsabilità che sentiamo come nostra, di ciascuno di noi. L’unico modo per riparare e onorare la memoria della prof. ssa Bianco è diffondere anche al nostro interno la cultura del rispetto delle diversità come espressione dei doveri inderogabili di solidarietà affermati così chiaramente dalla Corte Costituzionale», conclude il documento.

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