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Sessismo e manette. Come Travaglio e gli altri hanno infamato Maria Elena Boschi

Il caso Etruria è stata la madre di tutte le gogne mediatiche. E dopo le assoluzioni non sono arrivate neanche le scuse
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Come si costruisce una gogna politica e mediatica? È molto semplice, si tratta del combinato disposto di vari elementi, tutti letali se non si ha una spessa corazza: titoloni urlati di giornali, vignette sessiste, martellamento social per aizzare i propri hater, il tutto condito da un quantitativo non indifferente di disinformazione.

È quanto è accaduto in questi ultimi anni a Maria Elena Boschi, Presidente dei deputati di Italia Viva, e alla sua famiglia. Nell’intervista in cui ha commentato l’assoluzione di suo padre Pier Luigi, per il crac di Banca Etruria nell’ambito del filone di indagine sulle cosiddette consulenze d’oro, ci ha raccontato proprio di aver subìto «la violenza verbale, le minacce, gli insulti, le allusioni, il sessismo». E ha puntato il dito contro gli avversari politici, in primis il Movimento Cinque Stelle, e contro il suo house organ, ossia il Fatto Quotidiano. Ma cosa davvero hanno scritto e detto?

Rievochiamo qualche ricordo. Luigi Di Maio maggio 2017: «Maria Elena Boschi se ne deve andare assieme al renzismo che ha infettato le istituzioni democratiche di questo Paese». Ottobre 2017: « Quando fanno lo show mediatico su Visco e Banca d’Italia per fare vedere che vogliono tutelare i risparmiatori si devono ricordare che quando hanno governato non solo hanno favorito le banche, ma in 20 minuti hanno fatto un decreto per salvare la banca della Boschi e mandare sul lastrico migliaia di risparmiatori». Sempre lui lo stesso anno ma a dicembre: Boschi «si deve dimettere: sarebbe il minimo sindacale. Qui però deve andare a casa una intera classe politica, quella della seconda Repubblica che voleva cambiare il Paese ma ha tradito gli italiani. È un classe politica che sulle banche ha lucrato e fatto affari mandando sul lastrico centinaia di migliaia di persone».

Alessandro Di Battista nel 2015, nella sua dichiarazione di voto sulla mozione di sfiducia: «Ministro Boschi: le porto l’indignazione di un popolo intero. Lei è venuta qui e ci ha fatto un bel discorso pieno anche di pietismo e compassione, raccontandoci anche del passato di alcuni componenti della sua famiglia, non abbiamo visto né da parte sua né da parte del PD lo stesso pietismo e compassione verso migliaia di cittadini truffati dal decreto salvabanche»; poi nel 2017: «La Boschi può dimettersi, non dimettersi, può inchiodarsi ancor di più alla poltrona. Può fare tutto insomma ma politicamente è morta, ad uccidere la sua credibilità sono state le sue stesse menzogne, la sua arroganza, i suoi puerili tentativi di sviare l’attenzione parlando di sessismo nel momento in cui erano palesi i suoi comportamenti indecenti!». E ancora nel 2018 durante la campagna elettorale: «Stasera, per il mio ultimo comizio, sarò a Laterina, nella terra della Boschi. Speravo di trovarla ma l’hanno vestita da Heidi e ora sarà in qualche malga a fare ciao alle caprette, dopo aver fatto ‘ciaone’ ai risparmiatori di Banca Etruria». Beppe Grillo, il primo gennaio 2016 pubblicò sul suo blog un pezzo dal titolo «Person of the Year 2015: Pier Luigi Boschi» e lo iniziò così: «Il papà della Boschi è l’uomo dell’anno. È riuscito là dove hanno fallito Arsenio Lupin e Luciano Lutring, il solista del mitra. Al posto delle armi ha usato le micidiali obbligazioni subordinate».

Potremmo continuare ma lo spazio ci limita e dobbiamo passare dalla gogna politica a quella mediatica, che ha trovato una delle massime espressioni sul Fatto Quotidiano, a partire dalle vignette di Mannelli e Vauro per finire agli editoriali al veleno di Marco Travaglio. Il direttore non ci è andato mai leggero con la Boschi. Ricordate questo famoso tweet: «Il primo modo di dire del 2021 è “avere la faccia come la Boschi”. Sempreché la faccia ampiamente rielaborata che domina le 87 interviste rilasciate nell’ultimo mese appartenga davvero alla deputata renziana che nel 2016 annunciò solennemente il ritiro dalla politica in caso di sconfitta al referendum». Ma è tragicomico quanto scrisse ad agosto 2020: «Ogni tanto, ciclicamente, Maria Etruria Boschi comunica a un pubblico sempre più esiguo e disinteressato che suo padre è stato assolto da tutto. Poi frigna perché nessuno chiede scusa. L’ha ridetto l’altroieri dopo l’archiviazione del babbo Pier Luigi in uno dei vari filoni d’indagine aperti dalla Procura di Arezzo sul crac di Banca Etruria, di cui il genitore fu consigliere d’amministrazione e vicepresidente. Intanto il babbo martire resta imputato per bancarotta, rinviato a giudizio il 29 dicembre con altri 13 ex dirigenti per le consulenze milionarie concesse per trovare un partner a Etruria».

E ora che è stato assolto nuovamente, cosa dice Travaglio? Ah giusto nulla, infatti ieri Il Fatto ha dedicato solo un trafiletto a pagina 14 all’assoluzione del padre della Boschi. Pensate cosa sarebbe accaduto se fosse stato condannato! E poi i soliti ‘Ma mi faccia il piacere’ nel 2018: «Etruria, per Boschi senior il pm chiede l’archiviazione: ‘Non ingannò i risparmiatori’ (Repubblica). Furono i risparmiatori ad ingannare lui». Nel 2017 Travaglio terminò così un articolo: «Se Boschi&Renzi non l’hanno presente, conosceranno almeno il giuramento prestato sulla Costituzione al Quirinale: “Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservare lealmente la costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione”. Non di Etruria, degli orafi aretini e del sederino del babbo». Che stile!

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