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Boschi: «Gogne, sessismo e fango contro di noi. Di Maio si scusi»

Intervista a Maria Elena Boschi: «Contro me e mio padre il peggio. All’esterno volevo far vedere che tutto era sotto controllo. Ma la rabbia, lo stress, il dolore ti consumano»
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È il giorno del riscatto per l’onorevole Maria Elena Boschi, avvocato e Presidente dei Deputati di Italia Viva. Per anni televisioni e giornali hanno condannato, prima che la giustizia facesse il suo corso, suo padre Pier Luigi. Nell’attesa la vicenda ha segnato profondamente la sua vita e la sua carriera. Ma ieri finalmente suo padre è stato assolto “perché il fatto non sussiste”. Era finito a processo insieme ad altri 14 imputati, assolti pure loro, per il crac di Banca Etruria nell’ambito del filone di indagine sulle cosiddette consulenze d’oro. L’esito processuale le permette di liberarsi di tanto dolore e di sfogarsi lucidamente: «Hanno cercato di distruggermi la vita personale e la carriera: oggi hanno perso». E va all’attacco di Di Maio e di Travaglio.

Quanta sofferenza c’era dietro quel pianto che ha fatto dopo aver saputo dell’assoluzione di suo padre?

Tanta. Inutile girarci intorno: ci sono stata male, ci siamo stati male. All’esterno volevo far vedere che tutto era sotto controllo. Ma la rabbia, lo stress, il dolore ti consumano. Però c’è anche la gioia, da avvocato e da politica, nel vedere la giustizia affermarsi sul giustizialismo becero di tanti, in primis i grillini, che mi hanno letteralmente massacrato. Hanno cercato di distruggermi la vita personale e la carriera: oggi hanno perso. Le lacrime sono liberatorie. Credo che il Movimento Cinque stelle dovrebbe fare una profonda riflessione su come ha esasperato il rapporto tra politica e giustizia. Il fatto che la loro scomparsa politica sia imminente non dovrebbe impedire loro una severa autocritica.

A proposito di questo, Lei nel suo lungo post ha fatto riferimento anche agli «avversari politici che mi hanno chiesto le dimissioni per reati che mio padre non aveva fatto». Attende le scuse da qualcuno?

Le vorrei da tutti. Non me le sta facendo nessuno. Se dovessi dire un nome direi Luigi di Maio. Ultimamente si è scusato con tutti, da Mattarella all’ex sindaco di Lodi Uggetti. Non so se ricorda cosa ha detto e cosa ha fatto dire di me. Ma forse ha rimosso per liberarsi un peso dalla coscienza.

Finisce un calvario giudiziario durato anni. Secondo lei da cosa è dipeso? Fisiologico che si possa essere accusati e poi assolti o come ha detto l’avvocato di suo padre: «Il fatto di portare quel nome ha pesato sul mio assistito ma per fortuna c’è un lieto fine»?

Mio padre ha avuto degli ottimi legali, tra cui Gildo Ursini, che ringrazio di cuore da collega prima che da cittadina. Ma ha avuto anche degli ottimi magistrati. I giudici bravi sono la maggioranza in questo Paese. Ciò che dovrebbe far riflettere è come il sistema dell’informazione abbia seguito la barbarie social e l’ignoranza grillina (e non solo grillina) nei talk, nei commenti, nel dibattito pubblico. Gli scandali bancari erano altrove, da Vicenza a Siena: l’attacco ad Arezzo serviva per creare un diversivo e per massacrare una delle figure più riconoscibili del renzismo.

Oltre ad un calvario giudiziario termina anche quello mediatico. Lei ha scritto che ora tutti sanno che suo padre è innocente. «Lo sanno i talk che hanno fatto intere trasmissioni contro di me e di noi e che non dedicheranno spazio a questa vicenda». Cosa le ha fatto più male in tutti questi anni?

La violenza verbale, le minacce, gli insulti, le allusioni, il sessismo. E purtroppo non tutti i media si sono comportati in modo intellettualmente onesto. Anche qui mi piacerebbe che l’ordine dei giornalisti facesse una verifica se non un’autocritica: essere i controllori del potere è giusto e doveroso. Essere gli alfieri a reti unificate di un giustizialismo interessato no. Ma io sono ancora qui, forte e fortunata. E felice per i miei genitori che non vedo l’ora di abbracciare.

Il suo collega di partito Anzaldi ha detto «ora la Rai, che negli anni scorsi ha dedicato aperture dei telegiornali, puntate di talk show, approfondimenti e interviste a questa vicenda, ha il dovere di dare all’assoluzione almeno lo stesso risalto». Vale anche per il Fatto Quotidiano?

Non lo farà la Rai. Meno che mai il Fatto Quotidiano. Mi fa sorridere la motivazione dell’assoluzione: il fatto non sussiste. Ma Il Fatto Quotidiano invece continua a sussistere, acciaccato dai risarcimenti danni certo ma sempre ricolmo di odio ad personam. In un Paese civile qualcuno dovrebbe chiedere conto ai vostri colleghi di ciò che è stato scritto. È mai possibile che chi ha ricevuto plurime condanne per diffamazione continui a pontificare in televisione come opinionista tutte le sere? Eppure sembra che questa cosa non sia importante ma incide molto sulla qualità della nostra democrazia.

Matteo Renzi ha scritto commentando l’assoluzione: «I mostri non eravamo noi». Chi sono allora i veri mostri?

Chi ha sfruttato il giustizialismo contro la giustizia. Ho letto il libro di Renzi e ho fatto un esercizio: ho tolto il suo nome, cercando di fingere di non essere parte di quella storia. Da avvocato mi sono indignata e preoccupata. Siamo stati dipinti come mostri ma non eravamo noi, i mostri. E certo non lo è mai stato mio padre.

«Combatterò per una giustizia giusta», ha scritto. Dopo il fallimento dei referendum, da dove si riparte?

Dal Parlamento. Ma anche da quei sette milioni di italiani – non pochi, mi creda – che hanno sfidato il caldo per dire Sì alla giustizia giusta. Dobbiamo dare una casa a questo popolo garantista. Dobbiamo farlo presto.

Lei ieri ha aperto a Carlo Calenda: la giustizia potrebbe essere un punto di incontro solido per il centro riformista?

Speriamo. Calenda un giorno apre, un giorno chiude, un giorno mette veti, un giorno rilancia. Quest’area politica è molto più grande di Calenda, di Renzi, di tutti noi: è uno spazio politico che c’è. Non costruirlo oggi sarebbe il più grande regalo ai sovranisti e ai populisti. Noi abbiamo mandato a casa Salvini nel 2019 e Conte nel 2021, pagando un prezzo personale altissimo. Non vogliamo restituire a quei due centralità politica solo per piccole ambizioni personali. Auspico che Calenda lo capisca. E comunque non c’è solo Calenda, fortunatamente.

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