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Quando “Report”, solo un anno fa, criticava il 41 bis

Report
Proprio Sigfrido Ranucci, presentando un bel servizio di Bernardo Iovene, diceva che il carcere duro è «ai limiti della violazione dei diritti umani». Ora punta l’indice contro chi ne disapprova l’abuso
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Puntare l’indice nei confronti di chi critica l’abuso del 41 bis come fa Report per insinuare il sospetto di indebolimento alla lotta alla mafia, o peggio ancora di complicità, è una operazione pericolosa perché indebolisce sempre di più lo Stato di Diritto e rende la politica ostaggio del populismo penale. Ancora peggio quando si usa la teoria del complotto che, come i regimi totalitari insegnano, diventa funzionale allo Stato di polizia.

Sorprende che Report abbia puntato l’indice su chi critica il 41 bis

Come ha raccontato il nostro direttore, Davide Varì, Report è partito dall’intervento che Alessandro Barbano fece alla Leopolda e nel quale osò criticare l’abuso del 41 bis. Sorprende che Report abbia puntato l’indice su questa riflessione, quando proprio Sigfrido Ranucci stesso – in bel servizio sul carcere realizzato l’anno scorso da Bernardo Iovene – ha pronunciato queste testuali parole: «Perché lo Stato deve mostrare il pugno di ferro con i duri, già l’esercizio del 41 bis, la sua applicazione, è ai limiti della violazione dei diritti umani. Si regge solo in base ad una considerazione, cioè a quella della tutela della sicurezza della collettività, ma se uno è morente, o è malato, insomma, che cosa tuteli?».

Tutti gli organismi internazionali che vigilano sui diritti umani hanno denunciato gli abusi al 41 bis

Parole coraggiosissime, ma soprattutto veritiere quelle denunciate a suo tempo da Ranucci. Sì, perché tutti gli organismi internazionali che vigilano sui diritti umani hanno denunciato ciò. Come ha sottolineato più volte il Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa, infatti, le restrizioni alle attività e alla socialità interna all’istituto, disposte con il 41 bis, se prolungate nel tempo, possono pregiudicare gravemente la salute fisio-psichica del detenuto, determinando forme di alienazione e di vero e proprio decadimento cognitivo.

Alcune degenerazioni determinatesi nell’applicazione del 41-bis, rischiano di far sfumare quella distinzione essenziale tra giustizia e vendetta, che è il presupposto irrinunciabile di uno Stato di diritto. Non solo. Se ogni qual volta, grazie all’indignazione a comando indotta da taluni mezzi di informazione, arrivano critiche contro ogni flebile iniziativa che punta a far ritornare il regime differenziato al suo scopo originario (ovvero vietare che il detenuto possa comunicare con il proprio gruppo criminale d’appartenenza) togliendo tutte quelle inutili afflizioni in più, si rischia che per davvero la Consulta lo dichiari incostituzionale.

La lotta alla mafia di oggi deve essere diversa da quella durante il periodo stragista

Infatti, come disse Sigfrido Ranucci, il 41 bis è “ai limiti della violazione dei diritti umani”. Quindi ci vorrebbe un coraggio maggiore, partendo dal fatto che la lotta alla mafia di oggi deve essere diversa da quella durante il periodo stragista. Quella mafia lì che ha giustificato il ripristino del 41 bis (tra l’altro doveva essere emergenziale, ma il governo Berlusconi lo rese ordinario), non esiste più. Dopo Riina, ci fu un cambio di strategia: quella della “sommersione”, in maniera tale di agire indisturbati senza destare allarme. Come ha raccontato il pentito Antonino Giuffrè relativamente a un summit indetto da Provenzano nell’estate del 2000, ci fu Pino Lipari (il mafioso con il colletto bianco, regista degli appalti) che disse: «Bisogna muoversi con le scarpe felpate, cercare di non fare, muoversi senza fare rumore».

Far credere che la mafia sia quella stragista e rimanere fermi a 30 anni fa per mantenere il 41 bis così com’è, è una operazione disonesta. Puntare l’indice contro chi lo critica, insinuando il sospetto di collusione, è qualcosa di inaccettabile. Come disse Leonardo Sciascia, è impensabile pensare che la terribilità della pena funzioni da deterrente. Pensarla diversamente è profondamente reazionario, e la criminalità organizzata ne trae beneficio. Sì, perché lo Stato si differenzia da essa usando il Diritto e non il supplizio. La nostra Costituzione ammette la forza, ma vieta la violenza. Se non ci si differenzia dalla ferocia della criminalità organizzata, quest’ultima ha l’alibi perfetto. Quella di sentirsi addirittura migliore dei nostri apparati.

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