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Santalucia: «Gli italiani hanno colto il carattere pretestuoso dei quesiti»

Anm Santalucia
Il Presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati è netto nella riflessione sui referendum Lega/ Partito radicale
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Nessun trofeo in mano, nessun festeggiamento, solo la consapevolezza che i cittadini hanno condiviso le critiche ai quesiti mosse dalla magistratura associata. Il Presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia è netto nella riflessione sui referendum Lega/ Partito radicale: «L’elettorato ha compreso i quesiti ma ha scelto consapevolmente di non andare a votare per la loro marginalità e inadeguatezza».

Presidente secondo Lei quali sono le cause di questo fallimento?

Nelle competizioni referendarie chi non va a votare esprime un convincimento, ossia di dissentire radicalmente dal quesito. Come Anm, ma non solo noi, avevamo rappresentato l’assoluta inadeguatezza dei quesiti a risolvere i problemi della giustizia, che pure ci sono e che i cittadini avvertono.

Però la Rai tra aprile e maggio ha dedicato – dati Agcom alla mano – circa due ore alla campagna referendaria. Non crede che i cittadini sarebbero dovuti essere messi nelle condizioni di conoscere meglio le tematiche?

Non ho titolo per dire quanto spazio la televisione di Stato e i media in generale avrebbero dovuto concedere all’iniziativa. Da parte nostra, quando siamo stati invitati abbiamo animato i dibattiti perché abbiamo ritenuto fosse giusto contribuire alla discussione. Credo però di poter dire che ci sono quesiti referendari che si impongono all’attenzione del corpo elettorale perché toccano materie vive, interessi importanti che non hanno bisogno di una grande campagna mediatica per essere conosciuti, tipo quelli sul divorzio o sull’aborto. Poi ci sono quelli che possono essere percepiti come pretestuosi o di eccessivo dettaglio tecnico sui quali un coinvolgimento referendario è molto meno sentito, al di là dell’attenzione mediatica. Non si può interpellare, per esempio, il corpo elettorale sul problema delle sottoscrizioni per candidarsi al Csm.

Sostenere che siano troppo tecnici per essere affrontati non significa sminuire le capacità di comprensione dell’elettorato?

Il mio pensiero va proprio nella direzione contraria: l’elettorato ha compreso i quesiti ma ha scelto consapevolmente di non andare a votare per la loro marginalità e inadeguatezza.

Entriamo nel merito. Ha vinto il sì. Come interpretare questi numeri?

La separazioni delle funzioni avrebbe potuto avere una percentuale molto più alta di favorevoli ( ha ottenuto il 73,38% di Sì, ndr) se consideriamo che quelli che sono andati a votare hanno accettato il quesito. Non si tratta neanche delle percentuali raggiunte negli anni ‘ 80 sulla responsabilità civile dei magistrati ( il Sì ottenne l’ 80%, ndr). Se si ragiona sul 73% del 20%, che è il dato sull’affluenza, si capisce chiaramente che il corpo elettorale ha dato una precisa indicazione politica: oggi, come nel 2000, non vuole la separazione delle funzioni/ carriere tra pm e giudicanti.

Ieri il nostro vice direttore Novi in un suo editoriale ha scritto: ‘ Festeggiare l’altolà ai quesiti: una scelta che può peggiorare l’immagine dell’Anm. Mostrarsi come un sindacato che resiste al cambiamento potrebbe non pagare”. Che ne pensa?

Con tutto il rispetto per questo editoriale, lo considero un po’ concettoso. Noi non stiamo festeggiando nulla, né innalzando trofei. Stiamo avendo conferma della bontà di alcune idee che proponiamo da tempo. Abbiamo ripetuto insistentemente alla politica che alcune scelte sono sbagliate: credo di poter dire, senza alcun trionfalismo, che il corpo elettorale è su questa linea.

Al Senato è ripresa la discussione sulla riforma del Csm e dell’ordinamento giudiziario. Il risultato referendario può aprire alla possibilità di rivedere il testo a vostro favore?

Penso che il risultato dovrebbe essere tenuto in considerazione dalle forze politiche parlamentari e dalla ministra Cartabia. Siamo dinanzi a una chiara volontà del corpo elettorale, come dicevo, sulla separazione delle funzioni. Il legislatore invece ha intrapreso un percorso opposto, ma ora credo ci sia ancora il tempo per rimediare. In generale credo che piccoli aggiustamenti al testo in discussione al Senato possano essere fatti rispettando il calendario dei lavori per arrivare al rinnovo del Csm con una nuova legge elettorale.

Qualche sua collega ha avuto da ridire sul nostro pezzo di ieri in cui abbiamo scritto che il flop referendario è diverso da quello dello sciopero dell’Anm, che pur è stato da voi negato. Ci è stato rimproverato che non si tratta di ‘ una guerra tra bande’ e che invece ‘ se non si viaggia uniti – magistratura e avvocatura – non si va da nessuna parte’. Ma come è possibile lavorare uniti se l’Anm non vuole il voto degli avvocati nei consigli giudiziari, ad esempio?

Non è che abbiamo rifiutato di parlare di flop. Abbiamo evidenziato che un magistrato su due ha aderito all’astensione e non è poco, in un momento di difficoltà della magistratura che non nego. E anche l’altro 50% non è d’accordo sulla riforma. Quindi credo che parlare di flop sul 20% dell’affluenza per i referendum è giusto, mentre non lo è per il nostro 50%.

I promotori dei referendum avrebbero dovuto portare alle urne oltre 25 milioni di elettori per raggiungere il quorum in condizioni di partenza difficilissime, mentre l’Anm non è riuscita a far scioperare diecimila magistrati su un argomento condiviso e nella massima consapevolezza.

Il quorum è previsto dalla Costituzione, non è che lo si può abbassare a seconda delle attese di chi promuove i referendum.

Forse andrebbe ripensato il quorum visto che dal 1997 solo un referendum lo ha raggiunto.

Questo è un altro problema su cui non mi misuro. Mi misuro solo a Costituzione invariata. Tornando al nostro sciopero, la percentuale non è delle migliori ma consideri anche quelle degli scioperi nel pubblico impiego o quelle degli avvocati che sono fruitori maggiori dello strumento dell’astensione.

Ma torniamo alla mancanza di fiducia nei confronti degli avvocati nei Consigli giudiziari.

Io credo che sia necessario che avvocatura e magistratura si siedano allo stesso tavolo per riformare la giustizia. Credo che esista un dovere più alto rispetto agli interessi di categoria, che è quello di concorrere a costruire qualcosa di buono. Dopo di che non c’è alcun pregiudizio nei confronti degli avvocati. Sostenere che c’è un problema di incompatibilità all’interno dei Consigli giudiziari non significa sfiduciarli o pensare che siano il demonio. Le incompatibilità sono un fatto fisiologico nell’assunzione di incarichi pubblici. Noi sosteniamo che un avvocato che esercita la sua funzione, a differenza di quello che accade al Csm dove gli avvocati sono sospesi dall’Albo per 4 anni, difficilmente può essere ammesso a votare per le valutazioni di professionalità dei magistrati.

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