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«Gli avvocati non vanno assimilati ai loro assistiti». Il gip bacchetta haters e pm

contributo unificato
No all’archiviazione per gli insulti social a tre legali “colpevoli” di assistere due giovani condannati per stupro. Per il giudice quei commenti non rientrano nel diritto di critica
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Rigettata dal gip la richiesta di archiviazione fatta dalla Procura di Viterbo in merito alla denuncia presentata dalla Camera Penale locale per gli insulti social rivolti a tre avvocati – Domenico Gorziglia, Marco Valerio Mazzatosta, Giovani Labate – colpevoli, secondo gli haters di Facebook, di assistere due giovani ex militanti di CasaPound arrestati nell’aprile del 2019 per lo stupro ai danni di una 37enne, avvenuto in un pub del capoluogo laziale.

I due, usufruendo del rito abbreviato, sono stati condannati in via definitiva uno a 2 anni e 10 mesi, l’altro a 3 anni. Nell’atto di querela presentato dal presidente dei penalisti viterbesi Roberto Alabiso si metteva in evidenza il fatto che quei commenti hanno leso la reputazione personale dei tre legali ma soprattutto la «dignità della figura dell’avvocato penalista, in qualità di garante del diritto di difesa». Il pm avanzava richiesta di archiviazione ritenendo quei messaggi «legittima manifestazione del diritto di critica». La Camera Penale presentava opposizione, discussa lo scorso 8 giugno con l’intervento dell’avvocato Andrea Miroli, mentre il pm non si era presentato.

Ora il gip ha ordinato al pubblico ministero di svolgere indagini nei prossimi sei mesi «al fine di individuare e iscrivere nel registro delle notizie di reato gli autori dei commenti, acquisendo altresì copia degli articoli a seguito dei quali sono stati formulati i commenti diffamatori, per una più compiuta valutazione della vicenda». La sua ordinanza contiene passaggi molto importanti. Innanzitutto quello in cui viene stigmatizzata l’assimilazione del difensore con i propri clienti. Viene infatti evidenziato come i commenti, postati sotto articoli di Tusciaweb e Tgcom24, «favoriscono nel lettore comune l’individuazione della categoria degli avvocati – che assumono la difesa di individui responsabili o solo indiziati di aver commesso reati particolarmente odiosi – come costituita da soggetti equiparabili ai loro assistiti e con essi complici nell’arrecare ulteriore offesa alla vittima». In pratica, «si deve ritenere che chi offende lo faccia con la coscienza e la volontà di denigrare non soggetti specifici, piuttosto, la categoria degli avvocati penalisti».

Il gip ne deduce che la querela è stata giustamente presentata dalla Camera Penale di Viterbo che ha tra i suoi scopi statutari quello di «tutelare la dignità, il prestigio ed il rispetto della funzione del difensore». Fatta questa premessa il gip osserva che le espressioni utilizzate non possono rientrare nel diritto di critica bensì nel reato di diffamazione aggravata e spiega perché in diritto e in fatto. Gli utenti Facebook che hanno commentato gli articoli «hanno, piuttosto, preso di mira i difensori medesimi per la qualifica ricoperta, esprimendo il loro disprezzo con il ricorso a frasi inutilmente umilianti e ingiustificatamente aggressive e, per questo, oggettivamente trasmodanti dai limiti della continenza, quali “ma pensa un po’ sti avvocati di merda dove arrivano – magari sarà un avvocato di caccapound – quando è evidente che gli avvocati fanno largo abuso di droghe, in galera anche voi – ma se fosse stata la figlia di uno di questi 2 avvocati vergognosi”».

Per il gip, i commentatori, «augurando agli avvocati di finire in galera o ai loro familiari di fare la fine stessa fine delle vittime di gravi reati, hanno in sostanza insinuato che il comportamento dei difensori sia riprovevole, tanto quanto quello dei soggetti che assistono, così assimilando la figura del difensore a quella di chi si macchia di gravi reati. E così deve ritenersi che abbiano contenuto diffamatorio commenti quali “punite anche gli avvocati che li difendono – ci vorrebbe la mannaia che taglia il membro a dati delinquenti e agli avvocati che li difendono”».

In sintesi il gip rileva che quei messaggi evocano «una presunta indegnità morale e complicità della figura del difensore, piuttosto che ad eventualmente criticarne l’opera professionale»; gli utenti del social «avendo dato sfogo a pulsioni soggettive su una virtuale “pubblica piazza”» hanno esposto gli avvocati «non solo al pubblico ludibrio ma anche al pubblico disprezzo, elemento quest’ultimo che induce sicuramente a ritenere superato il limite del rispetto dei valori fondamentali entro il quale il diritto di critica, pur con toni aspri, può essere legittimamente esercitato».

Per l’avvocato Andrea Miroli «il giudice ha accolto ciò che più ci premeva evidenziare con la nostra opposizione, ossia che l’avvocato è cosa diversa dal proprio assistito e non può essere a lui assimilato, in quanto sta esercitando il diritto inviolabile e costituzionalmente garantito di difesa che il nostro ordinamento riconosce ad indagati ed imputati. Purtroppo tale distorta narrazione prevale nell’opinione pubblica che commette il gravissimo errore di credere che l’avvocato sia una sorta di fiancheggiatore del proprio assistito. In questo, spesso, gioca un ruolo anche la stampa che o non mette in evidenza il ruolo determinante dell’avvocato per l’esercizio della giurisdizione o addirittura lo dipinge in maniera negativa, rispetto alle altre figure del pm e del giudice».

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