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Caiazza: «Silenzio, propaganda ma anche leggerezze. Ecco i motivi del flop»

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Il leader dei penalisti dopo il fallimento dei referendum: «Le modalità di questa iniziativa politica contenevano i germi di una sua inevitabile debolezza. È stata decisa a tavolino con l'appalto esclusivo a una sola forza politica»
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Per il Presidente dell’Unione delle Camere penali Gian Domenico Caiazza sono molteplici le cause che hanno portato al fallimento della campagna referendaria promossa da Lega e Partito Radicale. Non solo la disinformazione ma soprattutto l’aver messo tutto in mano al Carroccio per quanto ha riguardato la scelta e la formulazione dei quesiti. Si sarebbe dovuta coinvolgere una platea più ampia di soggetti interessati alle tematiche del diritto penale liberale.

Avvocato Caiazza quali sono le cause di questa sconfitta?

La prima causa è senza alcun dubbio la congiura del silenzio su questo evento di rilievo costituzionale. È una censura che va rivolta principalmente al servizio pubblico radio-televisivo della Rai che è venuta meno al suo dovere di informare i cittadini. La seconda ragione risiede nel non aver organizzato campagne elettorali degne di questo nome nemmeno da parte degli stessi proponenti, con l’aggravante di non aver depositato le firme dei cittadini in Cassazione dopo averle raccolte. Poi c’è una terza causa che è la decisione della Corte Costituzionale di bocciare i referendum più popolari. Queste sono le ragioni immediate.

Ce ne sono altre quindi?

Noi abbiamo espresso fin dal primo momento, anche attraverso documenti pubblici e in tempi non sospetti, che le modalità di questa iniziativa politica contenessero i germi di una sua inevitabile debolezza. È stata decisa a tavolino con un appalto esclusivo ad una sola forza politica per quanto ha riguardato la scelta dei temi e la formulazione dei quesiti.

Chi paga le conseguenze di questo fallimento?

Dobbiamo tutti impegnarci affinché le conseguenze siano il meno dannose possibili. Occorre ora che l’impegno politico dei liberali di questo paese per una giustizia più giusta sappia trovare da subito la forza per rilanciare le proprie idee e le proprie battaglie. Inoltre deve essere chiaro che questo risultato non è decodificabile politicamente perché, per tutte le ragioni già espresse, si è andati al voto completamente inconsapevoli.

La responsabile giustizia del Pd, la senatrice Anna Rossomando, invece ha dichiarato che “i cittadini hanno scelto le riforme giuste”.

Non condivido minimamente questa analisi perché gli italiani non hanno scelto proprio nulla. Il crollo dei voti per il referendum è frutto della non conoscenza dell’oggetto della convocazione alle urne.

Guardando però al merito dei quesiti il Sì ha vinto rispetto a tutti e cinque. Questo cosa ci dice? Ad esempio l’alta percentuale a favore della separazione delle funzioni rilancia la vostra campagna sulla separazione delle carriere?

Questo risultato conferma le nostre perplessità sulle scelte di alcuni temi che avrebbero meritato una discussione più ampia, più approfondita, più condivisa. Non è un caso che i temi sulla separazione delle funzioni, sul voto dei laici nei consigli giudiziari e sulla elezione del Csm, che sono quelli maggiormente condivisi dal mondo dell’avvocatura e dell’accademia, abbiano avuto un risultato così significativo.

E i quesiti sulla custodia cautelare e sulla Severino?

Il primo è stato affrontato con una ipotesi abrogativa che avrebbe meritato maggiore discussione: aver pensato di poter intervenire sul pericolo della reiterazione del reato è stata una scelta tecnica poco convincente e che ha offerto soprattutto il destro alla peggiore retorica giustizialista. Questo vale anche per il decreto Severino: sarebbe stato più prudente ridurre l’abrogazione alla sola ipotesi della incandidabilità dopo una sentenza di primo grado. L’idea di chiederne l’abrogazione totale ha indebolito il senso del quesito. È qui che si sconta il prezzo di non aver condiviso la scelta dei quesiti con una platea più ampia di soggetti interessati alle tematiche del diritto penale liberale.

Dal 1997 ad oggi solo un referendum ha raggiunto il quorum, quello del 2011. A ciò si aggiunge che anche l’UCPI nel 2000 ha sostenuto i referendum sulla giustizia insieme ai radicali. Lì il quorum fu del 32%. Poi nel 2013 sempre insieme al Partito Radicale non si è riusciti a raccogliere le firme anche su temi simili. C’è una crisi dell’istituto referendario e della partecipazione popolare, soprattutto in tema di giustizia?

Esiste certamente un problema di adeguatezza dello strumento referendario abrogativo su questi temi. Le esperienze passate dovrebbero aiutare a riflettere meglio sull’efficacia dello strumento politico che si preferisce per portare avanti le proprie battaglie. Tanto è vero che noi sulla separazione delle carriere abbiamo scelto di percorrere lo strumento della proposta di legge di iniziativa popolare.

Purtroppo anche quella pdl giace nei cassetti di Montecitorio.

Perché esiste una avversione della politica verso ogni proposta che coinvolga direttamente i cittadini. È evidente che anche verso le pdl di iniziativa popolare esiste un profondo ostracismo da parte dei partiti. Si tratta di un problema di cultura politica del Paese.

Secondo Lei all’Anm conviene cantare vittoria per questo fallimento?

Credo che l’Anm sia l’ultimo soggetto che in questo momento possa vantare un successo politico, soprattutto se basato su una diserzione alle urne dovuta ad ignoranza sui temi.

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