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Stefania Craxi: «Il mio Sì non è una vendetta contro la casta delle toghe»

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Intervista a Stefania Craxi, presidente della commissione Esteri al Senato: «Si tratta di garantire al Paese una giustizia degna di questo nome. Quanto a mio padre, parlano per lui i discorsi tenuti in Parlamento»
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Per Stefania Craxi, senatrice di Forza Italia e presidente della Commissione Esteri a Palazzo Madama, alla congiura del silenzio intorno ai referendum promossi da Lega e Partito radicale «ha contribuito l’orientamento del PD lettiano e della sua galassia, a riprova, ancora una volta, del rapporto perverso che è esistito ed esiste tra questi e certa magistratura».

Presidente Craxi perché domenica bisogna andare a votare sì ai referendum giustizia?

Occorre farlo perché i cinque quesiti rafforzano le garanzie costituzionali dei cittadini e certamente aiuteranno il Parlamento, recependo il pronunciamento popolare, a muovere passi più coraggiosi sul fronte della riforma della giustizia, una riforma osteggiata da troppi anni. Il senso dei referendum non è certamente punitivo nei confronti delle toghe, come affermano erroneamente taluni, ma risponde alle sacrosante esigenze di un Paese civile e democratico che necessita di una giustizia “giusta”, efficiente e rapida nelle tempistiche di funzionamento. L’incertezza del diritto, come attendere vent’anni per una sentenza, si riflette negativamente sullo sviluppo economico del Paese ed è tra le ragioni per cui gli stranieri non investono in Italia. E poi ogni anno finiscono in carcere troppi innocenti, c’è un tema che ci trasciniamo da decenni, quello sulla custodia cautelare, che ha contribuito ad accrescere la sfiducia dei cittadini e delle categorie produttive nei confronti del sistema giudiziario.

Come giudica il silenzio mediatico calato sull’iniziativa?

Certamente il grave clima di instabilità internazionale e le notizie angoscianti che giungono dal fronte orientale non hanno giocato a favore della tornata referendaria. Da un lato l’attenzione dell’opinione pubblica, del mondo dell’informazione e dei soggetti istituzionali si è rivolta al conflitto in corso in Ucraina e alle conseguenze in termini economici e sociali che ne derivano, ma dall’altro, va detto, qualcuno ha pensato bene di cavalcare la disattenzione generale per far cadere un velo di silenzio sulla consultazione di domenica. A ciò si aggiunga che in questi anni c’è stato, in alcuni casi, un abuso dello strumento referendario e che troppo spesso lo stesso responso popolare è stato disatteso. Giusto per restare in tema, ricordiamo il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, nel 1987? Ma soprattutto, a questa congiura del silenzio, penso ai silenzi del servizio pubblico e dell’informazione di establishment, ha contribuito l’orientamento del PD lettiano e della sua galassia, a riprova, ancora una volta, del rapporto perverso che è esistito ed esiste tra questi e certa magistratura.

Qual è il suo giudizio sul NO di Pd e Cinque Stelle?

Francamente non ne sono stupita, ma non voglio polemizzare, ricorrendo a facili argomentazioni sul tasso di giustizialismo o sull’assenza di garantismo che connota la storia stessa dei democratici e dei pentastellati. Preferisco piuttosto ribadire che la riforma della giustizia va nell’interesse del Paese, è un’esigenza istituzionale, sociale, che riguarda la vita dei cittadini. E chi non capisce questo, perde un’occasione irripetibile per mettere l’Italia al passo dei tempi. Il risultato plebiscitario dei Sì testimonierà questa voglia di cambiare, per questo mi permetto mestamente di suggerire a chicchessia di non esaltarsi troppo per l’eventuale mancato raggiungimento del quorum che, semmai, ci porrà il problema di come rivitalizzare un istituto di democrazia diretta previsto dalla Costituzione.

La magistratura ha scioperato contro la riforma Cartabia, ora si oppone ai referendum. Che ne pensa di questo atteggiamento?

Paradossalmente, il loro sciopero, che peraltro non ha avuto una grande adesione, è stato l’unico momento di attenzione verso i quesiti referendari. Ma i magistrati dovrebbero interrogarsi sui motivi per cui la loro importantissima funzione oggi venga guardata con timore misto a sfiducia dai cittadini in nome dei quali viene amministrata la giustizia? il segnale che certamente qualcosa non funziona, che le incrostazioni hanno finito per danneggiare il lavoro onesto e faticoso di tanti uomini di legge che dedicano la vita agli ideali della giustizia. Non voglio tirare in ballo i guasti del passato, ma francamente non è più sostenibile che ogni volta si elevino barricate contro i progetti di riforma dell’ordinamento giudiziario, evocando il rischio di violazione dei princìpi costituzionali di autonomia e indipendenza della magistratura. I cittadini chiedono risposte, e loro tentano l’arrocco muovendo le loro pedine verso lo status quo.

Referendum “giustizia giusta”: pensando alla vicenda drammatica di suo padre, lei ritiene ancora che il nostro Paese abbia una magistratura politicizzata e una politica asservita alla magistratura?

Toccare i fili della casta magistrale non ha portato bene a Craxi e la predisposizione ad occuparsi di chi ha tentato di mettere mano all’ammodernamento del settore giustizia rappresenta una costante del nostro Paese. Certo, scontiamo ancora la soggezione della politica alla magistratura anche per debolezze e responsabilità diffuse della politica stessa, ma non si tratta di inseguire vendette, che sarebbero inutili oltre che dannose. Si tratta di garantire al Paese una giustizia degna di questo nome. Quanto a mio padre, parlano per lui i discorsi tenuti in Parlamento, gli appelli seguiti dal silenzio vile di una politica impaurita, quel suo insistere sul fatto che la giustizia politica è un germe maligno che inquina la democrazia e macera le istituzioni, che non serve né alla morale né al bene, mentre al contrario rappresenta il trionfo della illegalità, dell’immoralità e dell’ingiustizia. Sono passati trent’anni, e siamo ancora, drammaticamente, fermi allo stesso punto.

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