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Il centrodestra alla resa dei conti. Fratelli d’Italia sarà davvero il primo partito?

Meloni
Le Amministrative di domenica potrebbero certificare per la prima volta il sorpasso di Giorgia Meloni su Matteo Salvini, che fa “spallucce” e sorvola
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Il centrodestra italiano è una realtà che sfida le leggi della politica. Ma riesce a farlo proprio grazie alla più elementare fra le leggi della politica: l’obiettivo è vincere e per vincere serve un voto in più dei rivali. Le divisioni della destra sono evidenti, impossibile nasconderle.

La competizione tra il leader della Lega e quella di Fratelli d’Italia è stata tanto feroce da costringere la coalizione a sacrificare nell’ultima tornata di elezioni amministrative piazze che avrebbe avuto ottime possibilità di conquistare se avesse saputo anteporre le ragioni dell’alleanza a quelle dei singoli partiti. Quelle divisioni ci sono ancora tutte, in parte politiche, in percentuale molto maggiore legate a pure questioni di potere e di equilibri interni. Ma stavolta le elezioni politiche e le elezioni di domenica devono funzionare come viatico per quella prova. Dunque a emergere deve essere l’unità, non le divisioni. È stato così a Palermo, la piazza principale e quella che la destra è certissima di strappare alla sinistra, grazie alla resa di Fratelli d’Italia che ha accettato la candidatura di Roberto Lagalla, candidato centrista sul quale convergono anche i renziani.

In Sicilia il clima interno è surriscaldato soprattutto in vista delle prossime regionali. Giorgia Meloni non intende mollare sulla ricandidatura del governatore uscente Musumeci, gli alleati sono contrari. Sino all’ultimo la sfida ancora in corso su chi sarà il candidato nelle regionali del 2023 ha tenuto in sospeso l’accordo per Palermo. Sbloccata la situazione, la vittoria nel capoluogo siciliano appare certa. In compenso la destra rischia forte di perdere un’altra roccaforte, il capoluogo della Calabria, proprio perché lì, invece, le posizioni sono rimaste inconciliabili.

Forza Italia e Lega sostengono la candidatura dell’ex Pd Valerio Donato, peraltro poco gradito, nonostante l’appoggio, anche a Salvini, che ha disertato la campagna elettorale. Fratelli d’Italia è rimasta invece ferma nel supporto alla vicecapogruppo alla Camera Wanda Ferro, che dispone anche di un aiuto di gran peso, quello del sindaco uscente Sergio Abramo, dominatore della politica locale nell’ultimo ventennio. La divaricazione apre ampi spazi al candidato Pd- M5S Nicola Fiorita ma la conta interna alla destra, comunque finisca la corsa per la guida del comune, avrà il suo peso negli equilibri interni.

Catanzaro non è la sola piazza che vede la destra divisa. A Verona sono Lega a Fratelli d’Italia a sostenere unitariamente il sindaco uscente Sboarina, mentre Forza Italia fa quadrato intorno all’ex leghista Tosi. A Parma invece sono di nuovo insieme Lega e Forza Italia, per l’ex sindaco Vignali, mentre il partito di Meloni corre da solo con Priamo Bocchi. Viterbo è la piazza nella quale la destra è arrivata al punto di deflagrazione. La candidata di Fratelli d’Italia, forze egemone in città, è Laura Allegrini ma Lega e una parte di Forza Italia sostengono invece Claudio Ubertini e in campo c’è anche il candidato di Italexit Cardona, che pesca nelle stesse acque. «Viterbo è l’esempio di quello che non si deve fare», commenta la forzista vicinissima a Berlusconi Licia Ronzulli, e come si fa a darle torto?

Eppure le piazze nelle quali il centrodestra si presenta al voto in formazioni separate, poche ma importanti, avranno una funzione decisiva come bussola del centrodestra. Si può dare per scontato in partenza che il voto esalterà l’unità e spingerà in quel senso, però sarà in parte sugli esiti delle competizioni interne che verranno tarati i rapporti di forza in vista delle politiche.

A destra, tuttavia, si guarderà soprattutto al voto di lista, come di solito non capita nelle prove amministrative. La situazione stavolta è diversa: Fratelli d’Italia galoppa da mesi nei sondaggi ma sarà in questo test che si certificherà se è davvero diventato il primo partito della destra e con quale vantaggio.

Il test nazionale però non è tutto e forse non è neppure l’indicatore principale. Il limite di Giorgia Meloni è geografico. Per ambire alla presidenza del consiglio non le basterà neppure vincere le elezioni e trionfare nella competizione interna. Dovrà dimostrare di avere dalla sua parte, almeno in proporzioni accettabili, anche il nord produttivo del Paese, nel quale Fratelli d’Italia, partito del sud e del centro, non ha ancora sfondato. Il voto di domenica, quindi, dirà quanto Giorgia Meloni è vicina o lontana dal centrare quell’obiettivo, il più difficile di tutti.

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