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Il caso Cortese è la (ennesima) prova che bisogna dire Sì ai quesiti

Perché la sentenza sul caso Shalabayeva è importante? Perché a condannare, per errore, uno dei poliziotti più capaci d’Italia è stato un magistrato che ha fatto per tutta la vita il pm
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Nei processi si raccolgono le prove. Pure gli scienziati cercano le prove delle loro intuizioni. Cartesio aveva addirittura dimostrato l’esistenza di Dio. Bene. Anch’io ho – molto più modestamente – la prova, o almeno una prova, che andare a votare Sì al referendum è necessario. E urgente. La mia prova è arrivata ieri sera.

È solo l’ultima raccolta in ventisei anni trascorsi nelle aule di giustizia, ma è importante. Si tratta della sentenza pronunciata dalla Corte d’Appello di Perugia nel caso Shalabayeva, la moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, espulsa verso il Kazakhstan nel 2013 insieme alla figlia Alua. La Corte ha assolto l’ex capo della squadra mobile della Questura di Roma Renato Cortese e gli altri imputati perché il fatto non sussiste. La Corte ha cancellato la sentenza di condanna del Tribunale di Perugia pronunciata nel 2020. Ma, per effetto di quella prima sentenza, Cortese intanto è stato sollevato dal suo ultimo incarico, quello di Questore di Palermo che l’investigatore si era guadagnato grazie ai risultati ottenuti nella sua carriera. Come l’individuazione del covo del boss Provenzano e il suo arresto, quando era capo della sezione catturandi della Polizia di Palermo.

Questa – dicevo – è la mia prova della necessità di votare Sì ai referendum di domenica. Perché? Perché il Tribunale che sbagliando – dopo la sentenza possiamo ben dirlo – ha condannato Cortese era presieduto dal giudice Giuseppe Narducci. E cioè da un magistrato che ha fatto per tutta la vita il pubblico ministero e poi l’assessore nella giunta di un altro ex pm, Luigi De Magistris, a Napoli. Lasciata la politica in polemica con De Magistris, Narducci è tornato a fare il magistrato. Per la verità, avrebbe voluto ricominciare dalla procura, a Salerno o a Campobasso. Ma il Csm ha respinto la sua richiesta perché un pubblico ministero che torni nei ranghi dopo un’esperienza amministrativa oggi deve essere assegnato, per legge, a funzioni giudicanti in un altro distretto. Ecco perché Perugia. Ecco perché il pm che ha istruito a Napoli il processo “Calciopoli” e poi ci ha scritto un libro (con prefazione di Marco Travaglio) si è ritrovato a fare il giudice a Perugia, a processare Cortese e a condannare, per errore, uno dei poliziotti più capaci d’Italia, considerato autore di un “rapimento di Stato”.

Tutti possono sbagliare, intendiamoci. Proprio per questo il sistema prevede tre gradi di giudizio. Inoltre, Narducci non era solo nel collegio giudicante protagonista di questo nuovo “caso Tortora”. Ma il punto è che se il magistrato è sempre stato una parte (nei processi e in politica), è più facile che poi, nei nuovi panni del giudice, sbagli. Le competenze non si discutono. E neppure la buona fede. C’entrano, però, la visione, la prospettiva, la mentalità. E veniamo al referendum. Il terzo quesito prevede che il magistrato non possa più “saltare il fosso”. Dovrà scegliere cosa fare – il pubblico ministero o il giudice – all’inizio della carriera e non potrà più tornare indietro. Se vince il Sì, niente più giudici che arrivano dalle procure, quindi.

Ma c’è anche un altro quesito: il quarto. Prevede che il giudizio sull’operato del magistrato competa non solo ai suoi colleghi, come accade oggi, ma anche ad avvocati e professori universitari. Quindi se prevale il Sì il giudice che sbaglia sarà valutato in modo più imparziale in base a successi e insuccessi, sentenze giuste e cattive decisioni. E uno dei parametri è, ovviamente, proprio la “resistenza” davanti alle giurisdizioni superiori. La sentenza di appello sul caso Shalabayeva allora conferma che abbiamo bisogno di giudici che hanno sempre fatto i giudici, sottoposti all’esame sia dei loro colleghi che di avvocati e professori “terzi”. Un risultato a portata di mano: basta votare Sì al referendum.

Francesco Verri, penalista

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