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La lezione della gauche: con Kiev senza se e senza ma

Ecco perché oltre le Alpi nessuno parla delle “ragioni di Putin”. L’esempio del leader radicale Jean Luc Mélenchon
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«Vladimir Putin è un uomo che ha violato tutte le regole internazionali, ha invaso un Paese sovrano, ha commesso crimini di guerra e minacciato il mondo di un conflitto nucleare, tutto ciò è odioso», spiega Jean Luc Mélenchon in una lunga intervista al settimanale L’Express.

Il tribuno della gauche, rivelazione delle ultime presidenziali ( è andato a un passo dal ballottaggio) e leader della coalizione di sinistra radicale ( Nupes) che sfiderà Macron alle legislative del 12 giugno, non ha alcuna simpatia per le politiche atlantiste e ha spesso criticato l’espansionismo strisciante della Nato a est. È non lesina bordate all’Unione europea che vorrebbe rifondare da cima a fondo.

Ma di fronte all’invasione dell’Ucraina è sempre stato chiarissimo: nessuna equidistanza. Un approccio coerente da parte di chi peraltro non ha mai avuto atteggiamenti compiacenti verso il capo del Cremlino a differenza di molti politici occidentali che per lunghi anni hanno visto in Putin un “elemento di stabilità”: «La colpa è nostra, siamo stati compiacenti a Grozny in Cecenia e ad Aleppo in Siria, ora ne paghiamo le conseguenze».

Parole che la derelitta sinistra italiana farebbe bene ad ascoltare invece di attorcigliarsi nel complottismo anti- americano e nel vilipendio degli ucraini assimilati ai nazisti di Azov o, ben che vada, a dei proxy dell’Alleanza. Argomenti che in una sana società civile finiscono relegati nell’angolo delle stranezze. Oltre le Alpi le “ragioni” di Putin non sono infatti un argomento pubblico, non animano i talk show, non generano discussioni né mostri mediatici, non riempiono i teatri e men che meno le piazze.

E di certo non a causa dell’amore per Washington e Londra: i francesi hanno diversi difetti ma storicamente sono il popolo meno filo- Usa dell’Europa occidentale, un po’ per connaturata grandeur, un po’ perché credono sinceramente nell’autonomia del Vecchio continente. Non dimentichiamo che Parigi è stata fuori dal comando Nato per ben 43 anni: fu De Gaulle a uscirne nel 1966, e il rientro avvenne solamente nel 2009, sotto la presidenza Sarkozy.

Ma i fatti contano più delle ideologie e dell’onanismo geopolitico, da sinistra a destra per i nostri cugini d’oltralpe non ci sono molte sfumature: Mosca è l’aggressore, Kiev l’aggredito, al netto del conflitto in Donbass e delle discriminazioni subite dalla minoranza russofona che mai possono giustificare il bombardamento delle città ucraine, le fosse comuni e le esecuzioni di Bucha, le distruzioni di Mariupol, i milioni di profughi in fuga dalla guerra.

Proprio come accadeva durante l’occupazione anglo- americana dell’Iraq, i pacifisti francesi chiedono l’immediato ritiro delle truppe russe entro le proprie frontiere come condizione per negoziare la pace. Qui da noi, invece, pretendono la resa incondizionata dell’Ucraina per far dispetto a Joe Biden e Boris Johnson.

In questo schema gli equidistanti, i né, né, quelli che il nemico del mio nemico è un mio amico non esistono se si esclude qualche youtuber di estrema destra e qualche cospirazionista digitale in cerca di audience disagiate.

La stessa Marine Le Pen apertamente sostenuta da Putin nel suo scontro con Macron e che nel corso degli anni aveva a sua volta elogiato le politiche dello “zar”, si è dovuta repentinamente dissociare dalla guerra dei russi condannando l’operazione speciale e sperando che gli elettori dimenticassero gli imbarazzanti trascorsi. E persino la destra identitaria e islamofoba di Eric Zemmour, che fino a tre mesi fa chiamava Putin «un grande patriota e un grande uomo», con il quale il polemista era unito dal sacro vincolo del nazionalismo e dalle comuni radici cristiane si è dovuta riposizionare in fretta per non perdere i residui consensi.

Ha perfettamente ragione Mélenchon quando afferma che l’invasione dell’Ucraina ha cambiato tutto: «È stata un colpo al cuore, ci vorranno almeno vent’anni per tornare alla normalità».

È anche grazie a questa lucidità e capacità di stare sui fatti, di leggere la realtà al di là della propria appartenenza politica e ideologica che il leader della France Insoumise a pochi giorni dal voto vola nei sondaggi con il 30% delle intenzioni di voto e per diversi analisti potrebbe vincere costringendo Macron a nominarlo premier. Chi sa fare politica alla fine raccoglie i frutti

 

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