Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

Draghi impone ai partiti disciplina. Ma gli incidenti restano dietro l’angolo

Il momento della verità: il 23 giugno, quando il Parlamento potrà votare le risoluzioni sulla guerra
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

«Se vogliono cambiare la linea in politica estera si trovino un altro premier» : pochi giorni fa, parlando con i centristi a colloquio nel suo studio, Draghi è stato tanto chiaro quanto definitivo. La sua impostazione politica, basata su un atlantismo estremo accompagnato da una discreta attività diplomatica per spostare l’asse atlantico verso la trattativa, non è negoziabile né modificabile. Se per la maggioranza non è più la direzione giusta deve trovare un altro premier e un altro esecutivo, missione impossibile, oppure affrontare subito scioglimento delle Camere ed elezioni politiche.

Il premier è consapevole di camminare sul ciglio del burrone. Se si arrivasse oggi a un voto in Parlamento la spaccatura della maggioranza sarebbe certa e certificata, concreto il rischio di una richiesta di correzione di rotta da parte della maggioranza del Parlamento. Se quel rischio venisse evitato grazie al voto di FdI l’esito politico sarebbe altrettanto disastroso ma anche nella migliore delle ipotesi, se la Lega e Fi votassero disciplinatamente per l’invio delle armi lasciando i 5S da soli o con LeU, la mazzata sarebbe molto violenta.

Per questo Draghi ha deciso di dribblare l’ostacolo non solo evitando un voto prima del prossimo consiglio europeo, il 30 e 31 maggio, ma addirittura disertando l’aula: scelta decisamente inconsueta soprattutto a fronte di un consiglio forse molto importante. Il gioco però non può durare in eterno. Palazzo Chigi ha quindi informalmente assicurato che subito prima della successiva riunione del consiglio, il 23 giugno, Draghi sarà in Parlamento e permetterà il voto sulle risoluzioni. Il momento della verità è dunque solo rinviato ma il percorso che attende il governo in questo mese è minato e ad alto rischio.

Lo stesso Draghi, nel medesimo colloquio con i centristi, ha chiarito che su altri due punti, oltre la politica estera, non è disposto a transigere: l’approvazione del ddl Concorrenza e della delega fiscale. Su questi fronti, però, palazzo Chigi è aperto a mediazioni maggiori che non sul sostegno armato all’Ucraina. Il primo scoglio, quello della Concorrenza è vicino a essere superato e anche se dovesse mancare in extremis l’accordo sulle concessioni balneari la decisione della Lega di votare comunque in commissione del ddl depotenzia l’effetto esplosivo di un eventuale questione di fiducia, che a questo punto riguarderebbe solo le concessioni e non l’intero testo base. Sul secondo punto che per il premier è irrinunciabile, la delega fiscale, la mediazione sul punto critico, la riforma del catasto, per ora regge anche se l’affondo del commissario Gentiloni da Bruxelles chiarisce quanto poco quella mediazione piaccia alla commissione.

Prima della guerra, però, arriverà al voto un provvedimento che, pur non rientrando nella lista di Draghi, rappresenta forse la trappola più pericolosa: il decreto Aiuti. I 5S sono decisi a non votare il provvedimento, come già in sede di Cdm, se ci sarà la norma che permette al sindaco di Roma di costruire il termovalorizzatore. Il voto contrario del partito più forte di maggioranza non sarebbe in alcun caso trascurabile ma la faccenda diventerebbe fatale se il governo dovesse porre la questione di fiducia. Per ora è deciso a non farlo ma la strada è stretta. Il dl non prevede interventi strutturali: è un aiuto una tantum e il monito di Bruxelles veicolato dalle Raccomandazioni della Commissione rende difficile ripeterlo quando, tra pochi mesi, sarà necessario. Sarebbe infatti necessario quello scostamento di bilancio che Draghi ha sin qui evitato e che la Commissione mira a ostacolare. Senza fiducia il decreto sarà modificato con provvedimenti economicamente insostenibili per il governo.

In ogni caso se si arriverà alla spaccatura sul dl Aiuti e sul termovalorizzatore si tratterà di uno scontro frontale tra Pd e 5S, con conseguenze difficilmente governabili sul futuro dell’alleanza ma anche sul voto di giugno in materia di guerra. Pd e 5S rappresentano infatti le ali estreme della maggioranza su quel fronte e se si presenteranno all’appuntamento dopo un primo durissimo scontro frontale sul termovalorizzatore ricucire e trovare margini di mediazione sarà ancora più difficile.

Ultime News

Articoli Correlati