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Sull’equo compenso la frenata dei dem. Eppure furono loro a volere la prima legge

equo compenso
Franco Mirabelli, capogruppo del Pd in commissione: «Riunione di maggioranza per rivedere il testo»
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È una sorpresa. Perché il no alla nuova legge sull’equo compenso, il no più rilevante, arriva dalla forza politica che ha voluto le norme a tutela dei professionisti quando nessuno neppure ne parlava: il Partito democratico. Dopo la sollecitazione arrivata nei giorni scorsi dall’avvocatura affinché il provvedimento che garantisce retribuzioni decorose venga approvato senza modifiche a Palazzo Madama, era lecito attendere un feedback da parte della commissione Giustizia del Senato. E se resta la determinazione di alcune forze, il centrodestra innanzitutto, ad assecondare le richieste di Cnf, Ocf, Cassa forense, Aiga e numerose associazioni specialistiche, c’è appunto il sasso nello stagno gettato dai dem. È la deputata Chiara Gribaudo, componente della segreteria di Enrico Letta, a pronunciare la stroncatura, con un’intervista sul Messaggero di ieri: la proposta sull’equo compenso, dice, è “sbagliata”, perché “penalizza ancora una volta i giovani professionisti”. In particolare, aggiunge la parlamentare del Pd, “se voglio garantire un compenso adeguato, sanziono il committente, non il professionista”. Il riferimento è a un aspetto specifico del testo approvato a Montecitorio: il quinto comma dell’articolo 5, che assegna agli Ordini la missione di adottare “disposizioni deontologiche volte a sanzionare la violazione, da parte del professionista, dell’obbligo di convenire e preventivare un compenso che sia giusto, equo e proporzionato alla prestazione”.

Una norma in realtà necessaria, se si viole arginare il ribassismo nei rapporti fra chi attribuisce incarichi e chi li assume. Ma i dem non intendono accettare la nuova regola. E non si tratta della posizione isolata di Gribaudo, che peraltro ha avuto un ruolo importante nel 2017, quando, insieme con Maria Elena Boschi e innanzitutto l’allora guardasigilli Andrea Orlando, riuscì a sbloccare la prima legge sull’equo compenso da uno stallo preoccupante. Interpellato dal Dubbio, è il capogruppo Pd in commissione Giustizia al Senato Franco Mirabelli a spiegare con molta chiarezza: «Intendiamo chiedere una riunione di maggioranza per individuare un punto di equilibrio condiviso. Non intendiamo parlare senza ascoltare, ci mancherebbe, ma a nostro giudizio la legge non può essere approvata così com’è: deve cambiare affinché includa anche le tante professioni non ordinistiche, sia applicabile anche alle imprese medio- piccole e non penalizzi i giovani con le sanzioni, oltre che con un potere attribuito agli Ordini a nostro parere eccessivo. Di sicuro», aggiunge Mirabelli, «delle modifiche vanno apportate».

Basta la puntualizzazione per rovesciare la prospettiva: il Pd in pratica non è favorevole a un via libera «pulito». Ma così espone l’equo compenso alle pressioni dei committenti forti, che nelle ultime settimane sono tornati a far sentire il loro pressing per stemperare le norme, per alcuni versi con obiettivi che coincidono con quelli fissati dai dem. I quali vogliono «più equilibrio» fra la certezza dei parametri ministeriali, al di sotto dei quali il testo della Camera proibisce di andare, e il “mercato” in cui, sostengono, i giovani devono essere in grado di giocare la partita della concorrenza senza limitazioni. Ora, bisogna capire in quanti, nella maggioranza, sono favorevoli ad assecondare le richieste del Pd. Nel M5S delle perplessità ci sono. Gli altri partiti sono sembrati finora orientati al via libera senza modifiche, ma non sarà facile sottrarsi alla verifica chiesta dai dem, e a quel punto l’esito non sarebbe prevedibile. Si capirà qualcosa in più già oggi, quando la commissione Giustizia dovrebbe riprendere l’esame sul testo.

Di sicuro è una sorpresa, trovare su posizioni del genere proprio il partito che, con il “primo” equo compenso, era stato più disponibile a raccogliere le sollecitazioni dei professionisti, innanzitutto del Consiglio nazionale forense e dell’allora presidente Andrea Mascherin. Ed è spiazzante la contraddizione fra l’idea di norme meno rigide che i dem chiedono per andare incontro alle aspettative dei giovani avvocati, da una parte, e la posizione chiara assunta proprio dall’Aiga, l’Associazione italiana giovani avvocati, che si è schierata con Cnf, Ocf e Cassa nel chiedere il via libera senza modifiche. È vero che anche nell’avvocatura qualche rappresentanza associativa è contraria alle sanzioni per chi accetta compensi al ribasso, per esempio l’Anf, ma si tratta di voci isolate. E soprattutto: non c’è un compromesso realistico fra dignità dei compensi e concorrenza libera. Si è visto con chiarezza, in questi anni, come il “mercatismo” abbia solo finito per favorire la proletarizzazione dei professionisti, e dell’avvocatura in particolare. Il Cnf e le altre rappresentanze lo hanno ricordato la scorsa settimana nella loro nota congiunta. Non è detto che la linea dem produca conseguenze. Ma neppure si può dare per scontato che la legge sia fuori pericolo. Ritoccarla a Palazzo Madama imporrebbe una ulteriore lettura a Montecitorio, con seri rischi di non arrivare all’approvazione definitiva. Che una “rivoluzione” sulle professioni avrebbe prodotto reazioni contrarie era prevedibile. Si tratta di capire se le reazioni arriveranno al punto da seppellire una legge così attesa.

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