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De Rita: «Noi italiani capiremo questa guerra solo quando ci farà soffrire»

Per il fondatore del Censis «non abbiamo capacità di prevenire le crisi. Anche stavolta ne sottovalutiamo gli effetti, tifiamo per gli opinionisti senza maturare idee nostre»
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«Gli italiani in questo momento sono spettatori di una guerra. È una guerra che ci interessa, sicuramente non la sottovalutiamo, ma non la capiamo. Perché è fatta da persone che non hanno la nostra impostazione culturale, utilizzano tecniche, tecnologie e spietatezze che non sono nostre. Non ci sono i parametri per sentirla nostra questa guerra». Per il fondatore del Censis Giuseppe De Rita, gli italiani vedono dunque il conflitto come qualcosa al di là da venire.

Eppure Draghi ha parlato di problemi economici seri.

Sì, ma gli effetti ancora non si vedono e gli italiani non si sono mai preoccupati delle cose che potrebbero accadere domani. È sempre stato così: prima ci devono essere i problemi e poi si vede come affrontarli. È la caratteristica tipica della nostra cultura: non siamo previdenti e non ci preoccupiamo prima di quello che potrà succedere in un futuro prossimo. L’italiano medio storicamente è fatto cosi: accetta il dato di fatto, non prevede e non contrasta in anticipo.

Nell’ultimo rapporto Censis parlate di “società irrazionale”: è il momento di prendere contatto con la realtà?

Quando arriverà il momento l’Italia farà, come sempre, un bagno di realtà. Basta pensare a quante crisi abbiamo attraversato e affrontato. Non si può certo dire che neghiamo la crisi, quando c’è siamo i più bravi di tutti a reagire e a governarla nel miglior modo possibile. La globalizzazione, ad esempio, sarebbe dovuta essere la crisi fatale del nostro sistema, invece l’abbiamo vissuta bene e ne abbiamo tratto notevoli vantaggi. Adesso che c’è un ritorno ai mercati interni europei ci siamo adattati e viviamo bene anche il corto raggio, dopo aver gestito il lungo raggio della globalizzazione, basta guardare i dati delle esportazioni. L’italiano medio non fa delle valutazioni a medio termine, tant’è vero che diventa prigioniero dell’opinionismo.

In che senso, professor De Rita?

Intendo dire che all’italiano medio non interessa neppure sapere quali sono le forze in guerra, che cosa succede, quali sono le previsioni. L’unico interesse è quello di stare dentro una discussione per farsi una opinione. Non pensa alla difficoltà nell’utilizzo dei climatizzatori, ad esempio, perché dovrebbe avere un’opinione, ma la cosa diventa interessante solo se l’argomento si affronta in qualche talk show.

A proposito di opinionismo: oggi ci si divide tra putiniani e antiputiniani, così come fino a ieri ci si schierava a favore o contro i vaccini per il covid.

Perché c’è un’esigenza profonda di capire da parte di una società che non si orienta se non in virtù di una realtà cruda che gli arriva addosso. Purtroppo si trova ad avere a che fare con fiumi di parole, ma non riesce ad avere un aiuto per capire come stanno davvero le cose.

Lei ha sempre evidenziato il ruolo e il prestigio internazionale di Draghi. Giudizio confermato anche dagli ultimi avvenimenti.

Non è una sorpresa, Mario Draghi è un grande personaggio della scena internazionale. Lo era nel mondo economico-finanziario, per banche mondiali, Fondo monetario, Bce: sta diventando protagonista anche per la politica internazionale, che non gli apparteneva. Parliamo di una personalità con una lunga esperienza di rapporti internazionali, anche se non diplomatico-politici. Solo qualcuno al quale non piace Draghi ne è sorpreso.

La cosa che lascia perplessi è l’atteggiamento di alcuni politici italiani, i quali non perdono occasione per provare a ostacolare Draghi e la sua azione di governo.

Oggi le forze politiche italiane hanno un problema di identità, accentuata dal fatto che si va verso le elezioni. Devono dichiarare una loro identità, cosa ancora più difficile in un momento in cui la politica è tutto e il contrario di tutto, con anime indistinte che convivono all’interno anche dello stesso schieramento. I partiti, quindi, se non riusciranno a risolvere il loro problema identitario rischiano un vero e proprio suicidio elettorale. Non essendoci più le ideologie, i partiti, le forze sociali e neppure la faccia dei capi-partito, c’è quindi un bisogno assoluto di acquisire una identità, e per ottenerla si è disposti a qualsiasi cosa: dalla protesta per l’inceneritore a Roma alla polemica sull’invio delle armi in Ucraina. Attenzione: non parliamo di identità profonda, ma di far comprendere agli ipotetici elettori che una forza politica esiste. Si tratta, però, della sopravvivenza della minima identità.

L’Unione europea in questo frangente sta svolgendo un ruolo o sta subendo il braccio di ferro tra Stati Uniti e Russia?

I padri fondatori dell’Europa puntavano all’identità collettiva, prima ancora che a quella politica e decisionale. Pensavano, infatti, che saremmo stati tutti insieme, uniti da una cultura comune e dal cristianesimo. Alla fine, invece, ci siamo divisi perché i meccanismi veri erano quelli decisionali. Anche alcune decisioni, come l’allargamento a 27, erano legate al tentativo di darsi una identità più vasta, creando meno possibilità decisionali. In queste condizioni l’Unione europea si è limitata a essere quella che discuteva di patto di stabilità e di politica monetaria. La pandemia e la guerra, invece, hanno accentuato il destino decisionale dell’Europa relegando in un cantuccio i problemi dell’identità unitaria. Gli europei insomma si sono ritrovati uniti grazie alla pandemia e alla guerra.

Anche se da settimane non si riesce a trovare una linea comune sull’embargo al petrolio russo.

Siamo di fronte a un classico atteggiamento italiano: si è pensato di dichiarare l’embargo, aspettare le reazioni e comportarsi di conseguenza. Si è trattato di una tipica incapacità di previsione che definirei quasi italica. Sarebbe bastato per noi italiani fare una chiacchierata con Alberto Clò (ordinario in Economia applicata all’università di Bologna, direttore della rivista “Energia”, fondata nel 1980 con Prodi, ndr), il quale avrebbe spiegato come tutte le alternative, africane, mediorientali e così via, non sono sufficienti e che saremo stati prigionieri del gas. Allora avremmo adottato una politica e delle forzature diverse nei confronti della Russia.

Il filosofo tedesco Jürgen Habermas qualche settimana fa ha elogiato la prudenza del cancelliere Scholz sull’invio di armi.

Gli intellettuali, me compreso, sono degli opinionisti. Quella che va evidenziata, però, è la posizione non filosofica ma empirica del cancelliere tedesco: stiamo a guardare, facciamo piccoli e medi passi, ma non una scelta di campo. Come diceva Aldo Moro, un signore che queste cose le sapeva fare, “la storia si controlla gestendo il tempo e la misura”. È stato detto che Moro era un “artigiano della misura del potere”, e anche se i tedeschi non hanno mai sentito parlare di lui e sono lontanissimi dalla cultura morotea, hanno avuto questo approccio. Marco Follini, nel suo ultimo libro, “Via Savoia. Il labirinto di Aldo Moro”, sottolinea come tutta la vita dello statista sia stata incentrata su questi due concetti: misura e tempo. I tedeschi, intuitivamente o per empirismo politico spietato, stanno seguendo questa strada.

Tempo e misura che non hanno contraddistinto l’azione di Putin.

Quando la Russia ha invaso l’Ucraina siamo rimasti tutti sorpresi. Ha sbagliato i tempi e la misura: non c’era l’urgenza, non aveva preparato il terreno in Ucraina e non aveva valutato la situazione.

Rivitalizzando il ruolo della Nato che era in declino.

Anche la nostra adesione alla Nato, fu dettata dalla paura che dall’altra parte ci fosse una potenza staliniana, con un istinto alla conquista. Poi il ruolo della Nato è diventato quasi inesistente, è rivitalizzato perché c’è stata un’aggressione.

Abbiamo rimesso indietro le lancette della storia.

Sì, è ritornato il ’48. Dopo la caduta del Muro di Berlino e della Cortina di ferro sembrava che non dovessimo più difenderci. Invece…

Che giudizio ha del presidente ucraino Zelensky?

Partirei da un giudizio scanzonato. È un attore, un uomo di spettacolo, e gioca sugli elementi spettacolari di questa vicenda. C’è poi un altro aspetto: Zelensky incarna un sentimento antirusso, forse passeggero ma profondo, sia in Ucraina sia nelle realtà limitrofe. Vorrei soffermarmi, infine, sulla sua origine ebraica. Ho il dubbio che incarni una minoranza della minoranza ebrea, laico-radicale che fa riferimento al chassidismo, nato proprio tra Leopoli e Kiev, diversa dal rabbinato tradizionale.

Professore, se la sente di fare una previsione sugli sviluppi di questa guerra?

Sarei un opinionista della peggior specie…

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