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Disciplinari farsa: le toghe vengono sempre assolte

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Su 50 procedimenti in tre anni nessuna condanna, ma nessuno paga per le ingiuste detenzioni. Costa (Azione): «Con il fascicolo delle performance cambierà tutto». La riforma in Aula il 14 giugno
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Cinquanta azioni disciplinari a carico di magistrati in tre anni e nessuna condanna. Il dato emerge dalla Relazione annuale sulle “Misure cautelari personali e riparazione per ingiusta detenzione – 2021”, che il ministero della Giustizia ha presentato nei giorni scorsi al Parlamento. Un dato riferito alle sole scarcerazioni intervenute oltre i termini di legge, senza dunque valutare tutti gli altri casi previsti dalla legge, ovvero quelli più gravi, che vanno dalla violazione di legge per ignoranza o negligenza inescusabile ai provvedimenti privi di motivazione. «Un’indecenza», commenta il vicesegretario di Azione Enrico Costa, tra i principali protagonisti della riforma del Csm, che il 14 giugno dovrebbe arrivare in Aula al Senato, lasciando così spazio per una valutazione dell’esito dei referendum, come voluto dalla Lega. Una riforma che, con il fascicolo delle performance, mira anche ad un monitoraggio più efficace delle distorsioni, secondo Costa ignorate allo stato attuale, se è vero com’è vero che i dati ripropongono – pur con le dovute variazioni dettate anche dalla pandemia – sempre lo stesso quadro. Ma andiamo con ordine: su 50 procedimenti avviati tra il 2019 e il 2021, nove si sono conclusi con una assoluzione e 14 con un non doversi procedere. Sono 27 quelli tuttora pendenti, il cui esito, stando alle statistiche, appare quasi scontato.

Ad avviare i procedimenti con la contestazione di ritardi nella scarcerazione è stata quasi sempre via Arenula, che ha promosso 45 iniziative. Le altre cinque, invece, sono opera del procuratore generale della Cassazione, che con il ministero condivide la titolarità dell’azione disciplinare. Lo scorso anno sono stati cinque i procedimenti, due dei quali conclusi con assoluzione e uno con un non doversi procedere. Mentre sul fronte delle riparazioni per ingiusta detenzione, lo Stato ha sborsato 24.506.190 euro, poco più di 12mila euro in meno rispetto l’anno precedente, in riferimento a 565 ordinanze, con una media di 43.374 euro per ogni indennizzato. Casi, questi, per i quali invece non c’è stato alcun procedimento disciplinare: il ministero ha infatti evidenziato come il riconoscimento del diritto alla riparazione per ingiusta detenzione «non è di per sé, indice di sussistenza di responsabilità disciplinare a carico dei magistrati che abbiano richiesto, applicato e confermato il provvedimento restrittivo risultato ingiusto». E ciò perché «la riparazione può riconnettersi ad ipotesi del tutto legittime di custodia cautelare accertata ex post come inutiliter data: di frequente, la richiesta e la conseguente adozione di misure cautelari si basa su emergenze istruttorie ancora instabili e, comunque, suscettibili di essere modificate o smentite in sede dibattimentale».

Parole che fanno indignare Costa: «Il punto è che i magistrati della Corte d’Appello tutelano i loro colleghi, dicendo nel quasi 70% dei casi che c’è concorso di colpa nelle ingiuste detenzioni – sottolinea -, esentando così da ogni responsabilità il magistrato, che è una follia pura. Ma ciò vuol dire anche che nel restante 30% ci dovrebbe essere la responsabilità esclusiva. Allora com’è che nessuno viene punito? Il ministero e la procura generale non muovono un dito. E quando questi casi arrivano al Csm è ancora peggio. È deprimente leggere questi dati». Insomma, le responsabilità non vengono affatto esplorate, secondo il deputato di Azione, sulla base di una «logica conservativa». Ma anche perché, fino ad oggi, «mancava la fattispecie disciplinare, che noi abbiamo inserito nella legge: un conto è parlare di applicazione della custodia cautelare fuori dai casi previsti per legge, un altro parlare di custodia fuori dai presupposti di legge». I dati forniscono alcune costanti: il distretto di Reggio Calabria, ad esempio, conta ben 84 ricorsi accolti sui 135 definiti nel 2021, ovvero il 62% del totale, per un totale di quasi 7 milioni di euro di indennizzo. E subito dopo, con 45 ricorsi accolti, troviamo Catania, seguita da Roma (47), Napoli (40) e Catanzaro (35). «Perché non viene disposta un’ispezione a Reggio Calabria, che detiene questo record da anni? – si chiede Costa – Perché non analizzare i fascicoli? Com’è possibile che l’ufficio gip non si ponga il problema di far pagare queste somme allo Stato, ogni anno? La risposta è semplice: perché non ha mai pagato nessuno per tutto questo». Proprio per tale motivo, sostiene il deputato, era necessario il fascicolo delle performance, che andrà ad analizzare proprio le gravi distorsioni, introducendo anche una sanzione disciplinare per il magistrato che ha indotto l’emissione di un provvedimento restrittivo della libertà personale in assenza dei presupposti previsti dalla legge, omettendo di trasmettere al giudice, per negligenza grave ed inescusabile, elementi rilevanti. «Con il fascicolo cambierà molto – conclude Costa -. A Reggio Calabria non c’è una grave anomalia? Parliamo di questo».

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