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Meno carcerazioni preventive e ingiuste detenzioni. Toghe sanzionate: nessuna

Torre del Gallo
Via Arenula presenta la “Relazione sulle misure cautelari personali e riparazione per ingiusta detenzione - 2021” al Parlamento. Ecco i dati
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Calano le “misure cautelari coercitive” negli anni 2020-2021 rispetto al biennio precedente. La «diminuzione significativa» è «probabilmente dovuta agli effetti della pandemia». A rilevarlo è la “Relazione sulle misure cautelari personali e riparazione per ingiusta detenzione – 2021”, presentata dal ministero della Giustizia al Parlamento. I dati esaminati parlano chiaro: nel 2021 le misure coercitive sono state 81.102, mentre nel 2018 hanno raggiunto quota 95.798.

In diminuzione, in particolare, le misure di custodia cautelare in carcere: 24.126 nel 2021, 31.970 nel 2018. Dal report emerge che una misura cautelare coercitiva su tre è di tipo carcerario (32%). Gli arresti domiciliari sono invece il 25%. Mentre il controllo a distanza con il braccialetto elettronico non è molto diffuso. Questo tipo di provvedimento riguarda solo nel 14% dei casi.

La distribuzione geografica vede il Nord Italia in testa con il maggior numero di misure coercitive personali (40,7%). Nel Sud la percentuale scende al 25,3%, al Centro si attesta al 20,4% e nelle Isole si arriva al 13,6%. I distretti di Roma e Milano sono quelli con il maggior numero di misure emesse.Via Arenula si sofferma nella propria relazione anche sui casi di ingiusta detenzione: ammonta a 24,5 milioni la somma relativa ai risarcimenti pagati nel 2021, relativi a un totale di 565 ordinanze. Anche qui il dato, elaborato dal ministero della Giustizia insieme con il Mef, è in calo rispetto al benchmark, cioè all’importo versato nel 2020, che era stato pari a 36 milioni. L’anno scorso l’importo medio dei ristori è stato di 43.374 euro (a fronte dei 49.278 euro del 2020).

Un capitolo rilevante, e significativo, riguarda i provvedimenti emessi nei confronti dei magistrati responsabili di queste misure afflittive. Nel triennio 2019-2021 le azioni disciplinari promosse per le scarcerazioni intervenute oltre i termini di legge hanno interessato 50 giudici. Si tratta di un dato al quale, però, non corrisponde una conclusione dei procedimenti, che finiscono su un vero e proprio binario morto. Nessuna condanna e tempi dilatati. Sono 27 i procedimenti tuttora in corso. La sezione disciplinare del Csm in nove casi esaminati ha emesso una sentenza di assoluzione. Altri 14 fascicoli sono stati chiusi con la formula di “non doversi procedere”.

Altra sezione riguarda i procedimenti con la contestazione di ritardi nella scarcerazione. Il ministero della Giustizia ha promosso 45 iniziative: per 5 di questi casi si è attivato il pg della Cassazione, che ha anch’egli la titolarità dell’azione disciplinare. Dei 5 casi promossi nel 2021, ne sono stati definiti 3 (2 con l’assoluzione e uno con l’ordinanza di non doversi procedere). Restano in attesa di definizione 2 casi. In attesa di decisione, inoltre, i 21 procedimenti avviati nel 2020. Il ministero della Giustizia ha chiarito nella relazione presentata al Parlamento che il riconoscimento del diritto alla riparazione per ingiusta detenzione «non è di per sé indice di sussistenza di responsabilità disciplinare a carico dei magistrati che abbiano richiesto, applicato e confermato il provvedimento restrittivo risultato ingiusto».

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