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Albamonte: «Così la riforma ha colpito i pm e diviso noi toghe»

Albamonte
Il segretario di AreaDg Eugenio Albamonte prova a spiegare il flop dello sciopero. «Torni l’unità»
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Sullo sciopero dell’Anm Eugenio Albamonte, segretario di AreaDg, ci dice: «Non ci siamo resi conto di quanto questa idea di modifica strutturale della magistratura potesse già aver intaccato l’unità al nostro interno». Come reagire? «Spingere fortemente verso una unità e contrastare queste dinamiche di parcellizzazione».

L’ex presidente dell’Anm Pasquale Grasso e Articolo101 ritengono che sarebbe necessario un passo indietro dei vertici dell’Anm dopo il risultato dello sciopero.

La scelta dello sciopero è stata adottata a larga maggioranza da una assemblea molto partecipata, sia in presenza che sotto forma di deleghe. Una volta che in democrazia si è presa una decisione, questa va attuata.

Però con un 48,50 per cento di adesioni c’è qualcosa che non ha funzionato.

Questa riforma ha come strategia quella di distinguere tra un’alta magistratura e una bassa magistratura. Da una parte la Corte Suprema di Cassazione, le cui pronunce vengono oggi rinvigorite da un miglior significato anche per le ricadute che hanno sulla carriera, insieme alla dirigenza degli uffici, a cui vengono dati strumenti maggiori e incisivi anche per esercitare la leva del disciplinare al fine di poter perseguire più efficacemente i risultati che ci si prefigge. Dall’altra parte c’è chi all’interno dell’ufficio sarà sottoposto a quelle misure che si spera verranno utilizzate in modo sapiente e virtuoso. Senza dubbio, dunque, si tratta di una riforma che crea delle faglie, anche generazionali, all’interno della magistratura: tra giovani magistrati che hanno davanti a loro sei o sette valutazioni di professionalità e magistrati più anziani, più vicini al termine della carriera e convinti di poter mantenere la schiena dritta e continuare a fare, come hanno sempre fatto, il loro lavoro. Non è un caso che l’adesione maggiore ci sia stata tra i magistrati più giovani. Quello di cui non ci siamo resi conto è quanto questa idea di modifica strutturale della magistratura potesse già aver intaccato l’unità al nostro interno.

Quindi è colpa della riforma se siete divisi.

Le dirò di più, ossia che in prospettiva si potranno creare faglie ancora più pericolose: tra civilisti e penalisti, considerato che la riforma si rivolge a tutta la magistratura ma è chiaramente concepita per ridurre la capacità della giurisdizione penale. Tra giudici e pm, in quanto gran parte di essa è concepita per legare le mani alla magistratura requirente. Tra giudici di primo grado e d’appello, e tra questi ultimi e la Cassazione, considerato che si andranno a valutare gli esiti dei procedimenti. Seguendo questo meccanismo arriveremo ad una magistratura polverizzata. L’unica reazione che possiamo avere oggi è spingere fortemente verso una unità e contrastare queste dinamiche di parcellizzazione che si sono manifestate in modo preoccupante attraverso la decisione di aderire o meno allo sciopero.

Però qualcuno deve assumersi la responsabilità di non aver compreso la divisione già in atto.

Non è colpa di nessuno. Semplicemente le varie articolazioni della magistratura hanno reagito alla riforma per come la percepiscono sulla loro stessa pelle, quindi con toni e modalità di preoccupazione differenti e anche con una diversa valutazione dell’opportunità di utilizzare lo strumento dell’astensione. Il problema è che la magistratura deve rendersi conto nella sua interezza che, al di là di quanto la riforma possa incidere sulla prospettiva professionale di ciascuno di noi, occorre custodire l’idea della magistratura che avevamo quando abbiamo iniziato a esercitare le nostre funzioni, per quanto mi riguarda negli anni ’90.

Tuttavia il prezzo da pagare per non aver compreso questa spaccatura e per aver mal gestito lo sciopero, come qualcuno sostiene, è quello di aver perso potere con il legislatore. Una cosa è fare pressione sul Senato con una Anm compatta, altro è presentarsi al tavolo della trattativa con una magistratura spaccata.

Quanto ai tempi di gestione della protesta , sono stati determinati dal fatto che i tempi del Senato, inizialmente ristretti, si sono improvvisamente dilatati. Per il resto è la prima volta che la magistratura, di solito molto unita in queste dinamiche, si presenta in modo così visibilmente diviso.

Luca Palamara in una intervista a questo giornale ieri ha detto che il risultato dello sciopero “è un segnale di sfiducia, c’è crisi di consenso”.

C’è chi questa crisi di fiducia l’ha generata e c’è chi cerca di reagire, limitando i danni creati.

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