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“Scarcerare il Dap”: la proposta di riforma lanciata dal Cesp e dal Dubbio

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Il mondo carcerario, ora inteso come sistema chiuso, va ripensato in una logica aperta alle dinamiche della complessità e della multidisciplinarità
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Nonostante gli impegni formali della politica e del gigantesco apparato di tutti coloro che si sono alternati al capezzale del Dap, sono anni che l’esecuzione penale non funziona. Tra rivolte, fughe, suicidi, pestaggi, condizioni ambientali inaccettabili e trattamenti disumani, qualora si paragonassero i risultati dell’azione penale a quelli di una azienda, da tempo, si sarebbe dovuto dichiarare fallimento. Non è accettabile che ci si abitui a mantenere lo statu quo considerando la criticità del sistema come un fatto fisiologico. È il tempo per una riforma semplice ma coraggiosa, finalizzata alla radicale revisione delle caratteristiche del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.

Il Centro Europeo Studi Penitenziari all’art. 4 del suo statuto dichiara «Il Cesp promuove il cambiamento dell’atteggiamento politico sociale nei confronti delle finalità della detenzione, da un momento di sola contenzione al momento di sostegno di un recupero e reinserimento sociale della persona, fino al termine della pena, genera la necessità di sviluppare nuovi modelli operativi/ organizzativi e conseguenti strutture edilizie in grado di attuare i nuovi criteri metodologici».

In base alle sue finalità statuali, il Centro studi proprio nello spostamento del Dipartimento dal ministero della Giustizia alla presidenza del Consiglio dei ministri, ha ben visto la soluzione proposta dal presidente onorario del Cesp Enrico Sbriglia, la quale statuirebbe finalmente la necessaria cesura sul piano della gestione amministrativa tra il potere giudiziario e quello esecutivo. Tale ipotesi rimuoverebbe talune problematiche contraddittorie, comprovando la correttezza per quanto la ministra della Giustizia Cartabia abbia voluto intendere decidendo di affidare la direzione del Dap a un magistrato di sorveglianza piuttosto che a un procuratore della Repubblica.

Da sempre presidio della magistratura, il Dipartimento, non solo per i ghiotti emolumenti previsti, non può più attendere ulteriormente una ristrutturazione anche in funzione del Pnrr con un progetto organico, che lo veda finalmente migrare alla più diretta responsabilità e informata articolazione presso la presidenza del Consiglio dei ministri, alla pari del Dipartimento della Protezione Civile e del Dipartimento delle politiche antidroga.

Nel rispetto della Costituzione, l’ottenimento di una effettiva rieducazione del condannato dovrebbe vedere il Dap liberato dalla rigidità ministeriale, dalle dispute correntizie delle toghe, dalla verticistica gestione delle procure. Nel divenire diretta espressione dell’Esecutivo, il Dap recupererebbe la sua autonomia nei confronti della gestione da sempre in mano alla magistratura, consoliderebbe una cultura sistemica e multidisciplinare, diversa in effetti dalla sola potestà giudiziale e legalistico- securitaria, consentendo una diversa attribuzione delle stesse funzioni dipartimentali, con altre competenze, altre professionalità ed esperienze più vicine alle problematiche umanitarie.

In questa ipotesi, differenti competenze consentirebbero di reinterpretare, attraverso nuovi parametri culturali, non più gravati da discutibili consulenze, il ritrovamento delle effettive funzioni delle strutture edilizie destinate alla custodia.

Nuove attribuzioni quindi, tutte da ridefinire attraverso trasparenti e articolati organismi scientifici, tecnici e sociali, in grado di offrire formazione e recupero della persona e capacità lavorativa anche di servizio al territorio. Senza obliterare le giuste richieste di sicurezza, una consimile struttura somiglierebbe di più ad una rete di filiere specializzate e interconnesse sul territorio che non a singole obsolete realtà dove si soffre, ci si ammala e si muore. Le neuroscienze e diritti umani, concependo nuove funzioni per nuovi spazi dove si apprende e lavora, favorirebbero il desiderio di appartenenza e reintegrazione sociale. In linea con l’approccio scientifico che caratterizza le sue metodologie di studio, la proposta del Cesp intende liberare culturalmente il carcere, attualmente inteso come sistema chiuso, per ripensarlo in una logica sistemica aperta alle dinamiche della complessità e della multidisciplinarità.

Il carcere attuale diverrebbe altro da sé, aiutando coloro che vi entrano, dando loro una maggiore opportunità di reinserimento sociale, eliminando o attenuando di molto la recidiva e la radicalizzazione nel rispetto della vera finalità dell’art. 27. E’ ovvio che in tal caso la dirigenza dovrebbe provenire direttamente dalle scelte governative e quindi dell’Esecutivo, organo costituzionale più direttamente aderente alla realtà del corpo sociale e della cultura di fondo più specializzata nella pianificazione e nel management, oltre che nell’effettiva conoscenza della gestione delle risorse umane, supportata da una maturata esperienza nel settore Human rights. Il Cesp e Il Dubbio, attraverso il progetto in corso di elaborazione, intendono promuovere un dibattito aperto sulle predette disfunzionalità e proposte, riportando all’interno delle regole penitenziarie europee (Parte V Direzione e Personale – Il Servizio penitenziario come servizio pubblico – punto 71) il Servizio Penitenziario Nazionale: «Gli istituti penitenziari devono essere posti sotto la responsabilità di autorità pubbliche ed essere separati dall’esercito, dalla polizia e dai servizi di indagine penale».

In tal senso il Cesp e Il Dubbio attiveranno nei prossimi mesi un ampio confronto su questa tematica che si concluderà con un primo convegno aperto a tutte le forze politiche interessate, volto a fornire il motore di una decisa azione legislativa che veda transitare nei prossimi anni il Dap presso il diretto controllo della presidenza del Consiglio liberandolo dalle vischiosità ministeriali. (*vicepresidente Cesp)

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