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«La legge elettorale non si fa. Ma il problema è dei dem che dovranno votare per i 5S»

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Il senatore della Lega Roberto Calderoli: «L’elettorato di centrodestra sa già cosa vuole dire votare un candidato non del proprio partito ma della coalizione»
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Roberto Calderoli, senatore della Lega e maestro delle tattiche elettorali e parlamentari, sulla legge elettorale prevede si arrivi «alla migliore possibile, cioè quella che usiamo per sindaci e presidenti di regione», nella prossima legislatura perché «in questa ormai è tardi». Sui referendum sulla giustizia accusa i partiti «di non svolgere più il loro ruolo ma di promuovere una campagna del silenzio degli innocenti».

Senatore Calderoli, ieri su queste colonne il professor D’Alimonte ha spiegato che sarà difficile cambiare la legge elettorale perché quella attuale conviene al centrodestra. Condivide?

Per me non ci sono né gli spazi né i tempi per poter fare alcunché. La materia elettorale la considero capitolo chiuso. In prospettiva l’unica legge che mi sentirei di poter prevedere, verosimilmente nella prossima legislatura, è quella che alla prova dei fatti si è dimostrata la migliore cioè quella che oggi usiamo per l’elezione di sindaci e dei presidenti di regione. Ovviamente non con l’elezione diretta del presidente del Consiglio dei ministri perché non è prevista dalla Costituzione ma una legge con un premio di maggioranza sopra una certa soglia, circa il 40 per cento, e le coalizioni. Per farlo oggi non c’è più tempo.

Perché si è traccheggiato così tanto, fino ad arrivare quasi a scadenza di legislatura?

Io otto- dieci mesi fa un po’ di chiacchiere le avevo fatte e si stava individuando un percorso. Dopodiché sembrava che dall’oggi al domani non interessasse più niente a nessuno. Oggi dico che non interessa più a me. Non devo andare a risolvere io i problemi in casa d’altri.

Si riferisce al centrosinistra e ai problemi di convivenza tra Pd e M5S?

Dico solo che le leggi elettorali non si possono inventare per vincere quando si è perso. Qualcuno vorrebbe farlo e io non sono d’accordo. Sono convinto che la coalizione di centrodestra si presenterà unita alle Politiche. Certamente vedo maggiori difficoltà nella convivenza tra Pd e Cinque Stelle, ma sono problemi loro. Io mi son già seduto in passato con Forza Italia e Fd’I per i candidati e un accordo lo abbiamo sempre trovato. Ci sarà da discutere anche in futuro ma non ci saranno problemi.

Saranno pure problemi loro, ma quando si vorrà finalmente cambiare questa legge anche con loro si dovrà parlare, o sbaglio?

Certamente, ma l’elettorato di centrodestra ha già provato cosa voglia dire votare nell’uninominale un candidato non del proprio partito ma della coalizione. Credo che lo stesso atteggiamento sia difficilmente digeribile per un elettore Pd che deve votare un candidato 5S o viceversa. Numericamente un tempo i grillini erano sopra al 30 per cento, oggi sono tra il 13 o il 15 ma il Pd è poco sopra al 20 e quindi un bel numero di collegi spetteranno anche ai Cinque Stelle.

Che nel frattempo stanno tirando la corda del governo, dal superbonus alle armi, come voi avete fatto per il catasto. Non è che dall’arroccamento sulle proprie posizioni ci scappa la crisi?

Se l’arroccamento si traduce, come capitato recentemente rispetto al tema della delega fiscale, in un confronto tra alcune forze politiche e il presidente del Consiglio per trovare soluzioni, lo vedo come qualcosa di costruttivo. Si trova una sintesi che si traduce in un miglioramento dell’azione di governo. Se invece l’arroccamento è fine a se stesso il discorso cambia. Ma credo che non stiamo parlando di azioni per mettere in difficoltà il governo ma per ricavarsi visibilità, che però in un momento del genere non solo non porta voti ma rischia di farli perdere. La gente affronta i problemi delle bollette e di un conflitto che rischia di allargarsi. Le battaglia ideologiche in questo momento lasciano il tempo che trovano.

Tra le materie di dibattito c’è anche la giustizia: non è che si è pentito del lavoro fatto sui referendum, visto il poco appeal che sembrano avere?

Assolutamente no. Sono contento del lavoro che ho fatto e ne sono orgoglioso. È stata un’esperienza, quella di lavorare con i Radicali, che mi ha molto arricchito dal punto di vista politico e umano. Non tratto normalmente il tema della giustizia ma è stata un’occasione per studiare. Quando vedo qualcosa che non funziona cerco di raddrizzarlo e ho cercato di farlo con i quesiti referendari.

Eppure una parte della politica sembra far finta che non esistano. È deluso?

Mi spiace che ancora una volta i partiti abbiano deciso di non svolgere più il loro ruolo ma di promuovere una campagna del silenzio degli innocenti. Stanno giocando con la pelle degli altri per far fallire i referendum. Chi si dichiara contrario che almeno manifesti la propria posizione. Rifiutarsi addirittura di aderire alle campagne di informazione mi sembra uno svilimento della natura stessa dei partiti.

Il Pd si sta schierando apertamente per il NO, come da linea dettata dal segretario Letta.

Speriamo che non lo facciano il 13 e il 14 di giugno. Se aspettano ancora un po’ si arriva al voto. Suvvia, non nascondiamoci dietro a un dito. Per partiti che dovrebbero essere seri e avere a cuore la giustizia, giocare a non parlare di un argomento solo per far fallire il quorum mi sembra piuttosto inverecondo. Che poi lo facciano partiti che vogliono guidare una coalizione è inspiegabile.

A proposito di quorum, molto spesso gli italiani hanno preferito “andare al mare”. Andrebbe cambiato il sistema?

Su 28 referendum han raggiunto il quorum solo 3. Non sto a questionare su questo perché non si deve modificare la Costituzione a proprio vantaggio. Ma contesto ai partiti il non rendersi conto che in gioco c’è la vita di molte persone che hanno l’esistenza condizionata dalla giustizia. In campo poi c’è la separazione e la divisione dei poteri, mentre nessuno vuole toccare il potere giurisdizionale. Ma non si può che prendere atto che un concentrato di potere su un singolo soggetto non è accettabile per le istituzioni. E quindi i partiti dovrebbero farsi carico di ristabilire quei pesi e contrappesi che la Costituzione ha dettato. E mi riferisco a partiti di centrodestra e centrosinistra.

Se dovesse andar male, ha previsto un piano B per raggiungere gli stessi obiettivi in futuro?

Non ci sono piani B. Sono l’ultimo giapponese che resiste nell’isola. Vado avanti e combatto fino al 12 giugno. A oggi i sondaggi danno un 32- 33 per cento di possibili votanti e credo che se gli organi di informazioni, prima di tutto la radiotelevisione pubblica, faranno la propria parte, il quorum sia raggiungibile. Nonostante si voti il 12 giugno. L’unica data peggiore forse sarebbe stata il 15 agosto, ma andiamo avanti lo stesso.

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