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«Lei è maleducata!». Avvocata insultata in aula perché in ritardo

La professionista di Messina è stata presa di mira dal giudice perché aveva un altro procedimento e si è collegata con sette minuti di ritardo all'udienza da remoto
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L’avvocato che arriva con un leggero ritardo in udienza da remoto, giustificando il tutto perché impegnato in un altro procedimento, è da considerarsi “maleducato”. Non si tratta di una nuova norma di comportamento stilata da qualche magistrato, ma del rimprovero e dell’assunto al quale è giunto il presidente della sesta sezione della Commissione tributaria provinciale di Napoli.

La storia viene raccontata dalla diretta interessata, l’avvocata Daniela Agnello del Foro di Messina, con studio a Milano e nella città dello Stretto, penalista apprezzata anche per la rilevante giurisprudenza ottenuta in materia di giochi con le sentenze della Corte di giustizia dell’Unione Europea. Agnello è delusa e amareggiata per sé stessa e per l’intera categoria professionale alla quale appartiene, costretta ad affrontare un momento storico delicato in cui guardare al futuro con ottimismo non sempre è facile.

Tutto è accaduto lo scorso 6 maggio. L’udienza davanti ai giudici tributari contrappone una multinazionale e l’Agenzia dei Monopoli. L’ora di inizio dell’udienza sulla carta è fissato alle 9. Il collegamento a distanza, come riporta il verbale, risulta «perfettamente riuscito alle ore 9.43» con la presenza di entrambe le parti. Nella difesa della multinazionale, oltre alla avvocata Agnello, anche la collega Vittoria Varzi. Quest’ultima chiede «il rinvio per un tentativo di conciliazione con l’ufficio», considerata la momentanea assenza di Agnello. La Commissione tributaria provinciale non accoglie la richiesta di rinvio, ma alle 9.50 (sette minuti dopo l’inizio dell’udienza) interviene l’avvocata Agnello, che presenta una ulteriore richiesta – la riunione in trattazione di tre fascicoli -, rigettata a sua volta dalla Ctp. È in questa occasione che Agnello fa mettere a verbale la sua doglianza, evidenziando il suo disappunto verso la condotta del presidente della Sesta sezione che l’ha appena definita «maleducata e scorretta» per il ritardo risibile del suo arrivo in udienza con l’attivazione del collegamento da remoto.

«Non posso nascondere – dice al Dubbio Daniela Agnello – la mia amarezza per l’episodio che mi ha riguardato. Quanto accaduto manifesta offesa in pubblica udienza, insolenza, inadeguato rispetto della classe forense. Nel momento in cui ho attivato il collegamento da remoto ho subito riscontrato un atteggiamento ostile del presidente della Commissione tributaria provinciale. È stata concessa la parola al difensore, ma il presidente ha inveito nervosamente nei miei confronti, definendomi per più volte “scorretta e maleducata” per non essermi resa prontamente ed immediatamente disponibile sin dal momento dell’insediamento della Commissione. Il presidente, visibilmente agitato, ha reiterato le frasi offensive, continuando a definirmi “maleducata”. La vicenda è accaduta innanzi alla presenza degli altri giudici componenti la Commissione provinciale, del segretario di Cancelleria, dei funzionari dell’Agenzia dei Monopoli nonché colleghi difensori impegnati nella medesima controversia».

La professionista ha segnalato il caso al Coa di appartenenza, Messina, interessando pure l’Ordine degli avvocati di Napoli, la Commissione tributaria partenopea e la Camera degli avvocati tributaristi. «La vicenda – commenta Daniela Agnello – riassume la condizione in cui talvolta si trovano gli avvocati nell’esercizio della loro funzione. Una posizione ritenuta secondaria, subordinata e sulla quale risulta prevaricante lo strapotere attribuito alle altre parti processuali. Una vicenda di inaudita gravità che offende la dignità professionale dell’avvocato, spesso, troppo spesso, svilita e mortificata. L’auspicio è che si possa raggiungere in tutte le sedi giudiziarie un reale equilibrio, ma soprattutto un eguale rispetto per tutti i protagonisti della giurisdizione, nella reciproca stima dei ruoli, consentendo a ciascun attore della dinamica processuale di esercitare i propri diritti e poteri, le specifiche prerogative con equilibrio e moderazione, nell’interesse superiore della giustizia».

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