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Occupazione in crescita, certo: ma a che serve, senza un piano industriale per il Paese?

Occupazione, i dati non cambiano le prospettive incerte
Quel +2,8% registrato dall’Istat sarà anche un record, ma nasconde a fatica una scarsa qualità dei nuovi posti di lavoro e il numero comunque insostenibile di disoccupati, inattivi e Neet. Ne usciamo solo se la politica disegna una rotta per il futuro della nostra economia
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La buona notizia è che il tasso di occupazione è al 59,9% con un significativo +2,8% in un anno, dato record da quando sono iniziate le rilevazioni storiche Istat. Tradotto in numeri, parliamo di 800.000 occupati più in un anno, oltre la soglia dei 23 milioni complessivi, di cui 430.000 con contratti a termine per un totale di oltre 3 milioni impiegati con questa modalità, un record anche questo, mai così tanti dal 1977.

La cattiva notizia è che questi dati “positivi”, in realtà e a ben vedere, tanto positivi non sono. Vero è che non possiamo sempre guardare il bicchiere mezzo vuoto, e che dovremmo discostarci dal generale trend pessimista e “criticista” sforzandoci di pensare positivo, ma per onestà intellettuale dobbiamo ammettere che non è possibile, almeno per il momento.

Il dato si presta a diverse letture, noi ci limitiamo a leggerlo considerando alcune variabili (che qualcuno non condividerà, e ben venga, purché del tema se ne parli e molto!): la prima, che se 23 milioni sono i lavoratori occupati ne consegue che in Italia lavora, e cioè produce reddito da lavoro dipendente, poco meno del 38% della popolazione. E dobbiamo presumere sia una percentuale composta da soggetti in età non tanto giovane, dato che il tasso di disoccupazione giovanile italiano è ai massimi in Europa e nel mondo occidentale, con un significativo 25.6%, cui si affianca il diverso – e clamoroso – dato afferente gli inattivi, pari al 35,1% a livello medio.

E poi ci sono i Neet, ovvero i giovani nella fascia di età 19-34 anni che non studiano, non lavorano e un lavoro nemmeno lo cercano, che sono il 25% tenendo conto del dato medio nazionale, ma raggiungono picchi del 37% nel Mezzogiorno, evidenziando la profondità della diseguaglianza sociale fra quelle che sono a tutti gli effetti, ancora oggi e per assurdo, due Italie. Due realtà con diverse possibilità di accesso al futuro e differenti capacità finanche di attrarre i giovani, non tanto nel mondo nel lavoro, ma nel mondo in generale, impedendo fenomeni di auto-esclusione foriero di futuri svantaggi reddituali in grado di segnare il divario Nord-Sud in modo ancor più grave (e definitivo?).

E non parliamo ancora dei giovani avvocati, o di quelli che non aspirano manco più a sentirsi chiamati tali, di cui tratteremo forse in altra sede, ma che fotografano con impietosa crudezza la profondità della distanza fra la categoria professionale e le regole che disciplinano il suo mercato, e le aspirazioni o semplicemente i bisogni delle nuove generazioni.

Sono dati che risentono, per i puristi dell’analisi economica, evidentemente di fenomeni che hanno radici svariate, dai mali storici del mercato occupazionale italiano, alla endemica assenza di politiche industriali, alla ripresa post pandemica, e che risentiranno delle più recenti questioni derivanti dall’improvviso mutamento degli equilibri geopolitici che hanno alimentato l’economia mondiale degli ultimi 20 anni, con la prepotente ricomparsa dell’inflazione.

Più occupati, quindi, ma in un mercato occupazionale di scarsa qualità, con redditi fermi da 20 anni, divari e disuguaglianze sociali molto vaste, e un potere di acquisito in rapida erosione, che hanno fatto sì che da ogni parte sia invocata la necessità di un nuovo patto sociale, fra Stato, sindacati e imprenditori, che sappia dare risposta alla impellente necessità di sostenere la capacità reddituale delle famiglie, la cui ricetta è nell’incremento dei salari, operazione che i sindacati pretendono e gli imprenditori rifiutano eccependo il costo del lavoro insostenibile in un momento di stagnazione e mancata crescita dei fatturati.

Il tema è proprio l’impellenza del bisogno: siamo un paese eccessivamente assuefatto alla gestione del problema in emergenza, all’idea – che in tempi di pandemia si è consolidata al punto da diventare uno standard in seno alla classe politica dirigente, incapace di pianificare, immaginare, pensare in termini statistici –  che l’esplosione di una problematica collettiva possa e debba essere gestita mediante ricorso al pubblico indebitamento, col fine non già di risolvere il problema in via definitiva anche quando ciò comporti decisioni impopolari o l’assunzione di responsabilità di misure strutturali, ma solo di tamponarlo, attutire l’impatto sociale e limitare le tensioni.

Trattasi di un metodo-non-metodo pericoloso, perché finalizzato a non mettere mai mano alla modifica delle cause generatrici dei problemi occupazionali del nostro paese, ma solo ai sintomi, generando ulteriori malesseri che in una economia così veloce si manifestano in archi temporali altrettanto veloci, innescando una spirale depressiva che, nel lungo periodo (e nemmeno tanto lungo), rischia di allontanare l’Italia dalla concorrenza con le economie più evolute, portandosi via i più giovani ed i più talentuosi dei nostri concittadini, che dovrebbero rappresentare l’architrave del nostro domani.

Non siamo di quelli feroci nella critica e detentori della soluzione a vicende la cui enormità è significata dalla dimensione del problema stesso (nell’ordine di miliardi di euro di debito pubblico e di milioni di disoccupati o inoccupati o inattivi o Neet, e via discorrendo), ma è ragionevole evidenziare come tutte le soluzioni proposte e discusse in questi giorni – con la consueta violenza di ogni dibattito pubblico all’italiana – scontino l’assenza della prima e forse principale delle soluzioni, la necessità di identificare una politica industriale per il nostro paese, che sappia tracciare con limpida chiarezza l’idea di quale Stato vogliamo essere sul piano economico, commerciale e produttivo, e in forza di questo implementare quelle azioni normative nazionali e territoriali in grado di realizzare concretamente i propositi del piano stesso.

Un patto sociale, i rinnovi dei contratti nazionali, la riforma della rappresentanza sindacale, il superamento del decreto Dignità, il sacrosanto innalzamento dei salari, sono tutte misure importantissime ma pur sempre tampone se lette in un quadro complessivo in cui manca una rotta che dia organicità alle soluzioni ipotizzate, e questa rotta è rinvenibile solamente nello sforzo politico di stabilire il futuro industriale dell’Italia. Un impegno da cui ogni governo da anni fugge e al quale la politica non sembra in grado di dare una risposta adeguata, risposta a cui la politica sarebbe più che giusto e opportuno venisse fortemente sollecitata.

*Equity Partner LabLaw Studio Legale

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