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Troppa concorrenza (anche esterna al Foro): ecco cosa scoraggia gli avvocati

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TRA LE PIEGHE DEL RAPPORTO 2022 DI CENSIS E CASSA FORENSE. Dietro quel clamoroso 32% di iscritti che valuta di abbandonare la professione, ci sono innanzitutto le remunerazioni in calo e, in dettaglio, le insidie che provengono anche dall’apertura del mercato legale a categorie esterne al Foro
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Il Rapporto sull’Avvocatura del 2022, curato da Cassa forense in collaborazione con il Censis, e presentato lo scorso 28 aprile a Roma, costituisce una miniera di informazioni a disposizione degli iscritti, che possono considerarle per capire in che direzione si sta evolvendo la professione legale.

Come scaricare l’intero Rapporto Avvocatura 2022

Per scaricare il documento, bisogna andare a due indirizzi differenti all’interno del sito della Cassa: partendo dalla home page, bisogna cliccare su “Documentazione” e poi su “I numeri dell’avvocatura”, attivando nella nuova pagina un ultimo link (www.cassaforense.it/media/10301/i-numeri-dellavvocatura-2021.pdf).

Da questo, si ottengono le tabelle con i dati sulla numerosità degli avvocati (suddivisi per genere, età, localizzazione, reddito), sui loro redditi e sulle pensioni, mentre tanti altri aspetti interessanti sulla condizione attuale e sulle prospettive della professione di avvocato si rintracciano nel “Rapporto Censis”, a cui si accede sempre selezionando la voce “Documentazione” (https://www.cassaforense.it/media/10300/rapporto-sullavvocatura-2022.pdf). Ed è quest’ultimo documento che contiene indicazioni utili per capire l’evoluzione della professione.

Cosa emerge dalle domande al campione intervistato

Le oltre 130 pagine del rapporto descrivono, sulla base delle risposte fornite da 30.231 avvocati che hanno partecipato all’indagine del Censis, una fotografia dell’attività attuale e prospettica dei professionisti. Infatti, accanto alla raccolta dei dati statistico-demografici sull’universo degli avvocati, i ricercatori del Censis hanno posto diverse questioni ai soggetti intervistati, fra cui la condizione professionale attuale e attesa per il futuro, l’ipotesi di lasciare la professione, i principali fattori di rischio percepiti per uno svolgimento efficace del lavoro, l’origine del fatturato per tipologia di attività e di clientela, e le specializzazioni che possono offrire opportunità di sviluppo nei prossimi anni.

Premesso che nel rapporto sono trattati molti altri argomenti, considerato lo spazio ristretto di un articolo, i temi sopra citati sembrano essere quelli prioritari.

Cominciando con la condizione professionale attuale (2022), sorprende che solo l’1,1% degli avvocati intervistati ha risposto che essa è molto positiva, mentre, per contro, il 32,8% l’ha definita abbastanza critica, e il 28,4% addirittura molto critica.

Se poi si guarda al futuro, il 30% si aspetta che la situazione peggiorerà, mentre quasi la metà (46,7%) non si attende dei cambiamenti, mentre gli ottimisti sono meno di un quarto (23,3%).

Non deve quindi sorprendere che un terzo dei professionisti intervistati (32,8%), alla domanda se considera l’ipotesi di lasciare la professione, abbia risposto affermativamente.

Per quanto riguarda la ragione del possibile abbandono della professione, i 2/3 (63,7%) indicano la scarsa remuneratività, motivazione seguita dal calo della clientela (13,8%).

D’altronde il 52,9% degli avvocati intervistati ammette che, fra i fattori di rischio della professione, vi è in primo luogo la concorrenza dovuta all’eccessivo numero di avvocati, mentre un altro fattore che preoccupa il 35,8% è l’instabilità normativa e l’eccessiva durata dei processi. Anche gli adempimenti amministrativi e fiscali sono considerati un fattore di rischio per il 33,1% dei partecipanti all’indagine, mentre per un altro 25,2% un problema deriva dall’apertura del mercato dei servizi legali ai non avvocati.

Suscitano curiosità poi i dati sull’origine del fatturato, che risulta provenire mediamente per il 42,8% dai giudizi in sede civile, il 17% dalle soluzioni stragiudiziali, il 11,7% dai giudizi in sede penale, e l’11,2% da consulenze in sede civile. Da notare che arbitrati e mediazioni per il momento contribuiscono solo al 1,9% del fatturato degli avvocati italiani. Per quanto riguarda invece il tipo di clientela, la parte del leone la fanno le persone fisiche (51,7%), seguite dalle piccole e medie imprese (19,8%), mentre sorprendentemente al terzo posto vi sono gli altri avvocati (12,1%). Ridotta è invece la quota di fatturato proveniente da grandi aziende (5,4%), enti pubblici (6,1%), e altri soggetti come associazioni e sindacati (5%).

L’ultimo tema, ma forse il più interessante, è quello delle specializzazioni considerate più promettenti per i prossimi tre anni. Al riguardo il 46,8% degli intervistati ha indicato il Diritto della crisi di impresa, seguito dal Diritto penale dell’informazione (40,3%), Diritto dell’ambiente e dell’energia (36,5%), Diritto penale dell’ambiente e dell’urbanistica (35,1%), Diritto sanitario (34,7%), Diritto dell’informazione, comunicazione digitale e privacy (33,8%), Diritto del lavoro (32%).

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