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La guerra aperta tra Conte e Draghi manda in tilt il Pd

Conte Draghi
Dopo lo strappo in Consiglio dei Ministri, l’avvocato e presidente del Movimento Cinque Stelle, ha chiesto al premier di riferire in aula sugli aiuti militari all’Ucraina
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C’era una volta Giuseppe Conte, l’anima moderata e governista del M5S, tanto moderata e governista da non aver neppure in tasca la tessera del movimento antisistema. C’era una volta Giuseppe Conte, il premier individuato dal Pd, con Letta ancora in cattedra a Parigi, come l’uomo giusto per rendere organica e longeva quella che era nata come un’alleanza momentanea, imposta dalle circostanze e dall’istinto di sopravvivenza. Di quel Conte resta ben poco. Lo strappo del voto mancato al dl Aiuti sembra di quelli che si ricuciono facilmente. Così lo ha dipinto Draghi, a botta calda: «Sono dispiaciuto. Spero che non si producano fibrillazioni. Recupereremo il disaccordo». Così ne parla il sindaco di Roma, Gualtieri, che con la sua decisione sul termovalorizzatore è all’origine del fattaccio: «Alleanza non a rischio né a Roma né per le Regionali e le Politiche». Non del tutto finto, ma nemmeno del tutto vero.

Anche se gli stracci, in sede di Cdm, sono volati tra 5S e Pd è vero che nel mirino di Conte non c’è il Pd ma il governo. Su quel fronte, però, il primo a non credere nell’assenza di fibrillazioni nel prossimo futuro è probabilmente Draghi. L’incidente del termovalorizzatore non è un ostacolo imprevisto e dunque facilmente superabile: va inscritto in una strategia che Conte ha adottato già da settimane e che non vuole né può modificare. Subito prima della riunione del Cdm aveva “preteso” che Draghi riferisse in aula sulla guerra e sull’invio delle armi all’Ucraina. Ieri i 5S hanno annunciato la formalizzazione della richiesta ed è certo che i loro toni (e non solo i loro) saranno stavolta ben diversi da quando, il primo marzo, il premier parlò per la prima e sin qui ultima volta della guerra in Parlamento. È probabile che nel discorso molto prudente di ieri a Strasburgo Draghi fosse anche attento a rassicurare la sua maggioranza, a partire dai 5S, in vista di quel dibattito parlamentare che non potrà esser evitato a lungo.

Ma la stessa guerra è solo un capitolo del contenzioso infinito. Conte ieri si è lamentato a voce altissima per «non aver potuto votare» un dl che recepiva molte indicazioni del Movimento, dalle norme sul Superbonus all’aumento di oltre il doppio dei fondi per gli Aiuti sino al passaggio della tassa sugli extraprofitti da dal 10 al 25 per cento, un’ipotesi che appena pochi giorni il governo aveva escluso. Però ha aggiunto subito che anche così gli aiuti non bastano. Sull’inceneritore, poi, Grillo ha aggiunto ieri il suo carico pesante, con quell’attacco sui «competenti del nulla» che prendeva chiaramente di mira il governo. La fibrillazione, insomma, non solo proseguirà ma si intensificherà e la probabilità che prima o poi si arrivi a voti della maggioranza diversificati anche in aula è alta.

Non significa, sia chiaro, che Conte ha già messo nel conto la rottura con Draghi. Significherebbe far crollare i ponti anche col Pd e questo oggi non può permetterselo. È più probabile, pur se non certo, che intenda invece tirare la cora quanto più possibile ma evitando che si spezzi. Ma muoversi in questo modo, in una fase di altissima tensione e dagli sviluppi del tutto incerti, significa da un lato esporsi al rischio permanente di incidenti non recuperabili, dall’altro dar vita a una coalizione sbrindellata, divisa e di nessuna credibilità. In queste condizioni il “campo largo” di Letta rischia ogni giorno di più di rivelarsi una versione in formato ridotto ma con i medesimi limiti strutturali della disastrosa Unione di Prodi nel 2006. La fortuna di Letta, e in fondo anche di Conte, è che dall’altra parte della barricata il quadro è persino più devastato. La coalizione di centrodestra non è divisa come quella del nuovo centrosinistra: è un simulacro, il che è decisamente peggio.

Peggio di tutti, però, rischiano di essere messi gli elettori. Potrebbero trovarsi a dover scegliere tra due coalizioni entrambe finte, senza vero collante progettuale, senza alcuna fiducia e lealtà tra i componenti di ciascuna, senza alcuna garanzia di tenere insieme gli sgangherati carrozzoni che verranno smerciati per uniti in campagna elettorale. La soluzione sarebbe avere il coraggio di dichiarare apertamente che di unito, nel quadro politico italiano, non c’è più nulla, che la sola via per dar vita a maggioranze di governo credibile è contrattarle dopo e non prima le elezioni, sulla base dei rapporti di forza che gli elettori assegnerebbero a ciascuna forza politica. Sarebbe un vero proporzionale, quindi: il passo indietro tardivo dopo un’esperienza fallimentare durata trent’anni..

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