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L’aut aut di Giorgia agli alleati per la leadership del centrodestra

Giorgia Meloni Fratelli d'Italia
Forte dei sondaggi, la leader di FdI vuole dare le carte e guidare la coalizione alla vittoria elettorale. Ora Salvini e Berlusconi devono scegliere
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Perentoria, ruvida, assertiva: ci si può sbizzarrire con gli attributi ma la sostanza non cambia. Sorella Giorgia vuol dare le carte e guidare la flottiglia del centrodestra. Per arrivare in porto, cioè a palazzo Chigi, in prima persona. Il partito che prende più voti indica il premier. Se quel partito sarà FdI, come i sondaggi ripetono da mesi e sempre più decisamente, l’indicata sarà lei. Prendere o lasciare. Basta con le porte girevoli: «Lì sta la sinistra, qui stiamo noi. E voi dove state». Poi anche più chiara: «Volgiamo e speriamo di dare orgoglio a questa nazione con il centrodestra. Ma lo faremo comunque». Senza il riconoscimento della leadership della leader di FdI, il partito gonfiatosi sempre più negli ultimi due anni correrà da solo e sarà la catastrofe per tutti. Ma per lei meno che per gli altri due alleati: ne uscirà leader incontrastata della destra all’opposizione. Una Marine Le Pen bianca rossa e verde.

In realtà la mossa brutale di Giorgia Meloni è a massimo rischio e meno lucida di quanto non appaia. Sin qui a bloccare il proporzionale, ormai accettato da un Letta sempre più spaventato dall’incontrollabilità crescente di Conte, sono stati proprio i due alleati di Giorgia Meloni, per evitare la deflagrazione finale di una coalizione posticcia. Qualsiasi politico capace, di fronte al ricatto della leader di FdI, non esiterebbe un attimo e sosterrebbe il passaggio al proporzionale, condannando l’alleata rivale a vegetare in un ghetto simile a quello nel quale langue da sempre Marine Le Pen. Con la differenza che in un Paese con elettorato volubile e volatile come il nostro, la chiusura nel ghetto implicherebbe a breve anche l’emorragia di voti.

Non è detto che Letta, di fonte a un’occasione così ghiotta non ci ripensi: una frattura nella coalizione avversaria con questa legge elettorale gli consegnerebbe una certa vittoria. Ma soprattutto non è detto che il Cavaliere e il Capitano scelgano una strada che comunque li lascerebbe a corto di seggi. È del tutto possibile che preferiscano fare il pieno fingendosi pronti a governare anche con FdI nave ammiraglia della maggioranza salvo poi cambiare idea a urne chiuse, come questa bizzarra legge consente tranquillamente di fare. È proprio per ostacolare questa libertà d’azione, senza però poterla precludere, che la leader in pectore insiste per costringere oggi gli alleati a un’esposizione esplicita dalla quale sarebbe quanto meno più difficile recedere dopo il voto.

L’ultima alternativa, quella di una lista comune Lega-Fi che sulla carta consentirebbe ai due partiti uniti di superare la tricolore, presenta troppi svantaggi per essere presa in considerazione a cuor leggero. Prima di tutto non è affatto certo che anche sommati Lega e Fi riuscirebbero a superare FdI, dal momento che quasi certamente la lista comune implicherebbe una perdita di voti per entrambe le formazioni. In secondo luogo la composizione di una lista comune, con il taglio dei parlamentari che certamente costringerà moltissimi e non rivedere mai più il Parlamento dall’interno, degenererebbe quasi senza dubbio nello psicodramma.

C’è solo da augurarsi che la finzione del centrodestra non prosegua. A giustificarla sarebbe solo la conquista di qualche seggio in più, non la condivisione di un progetto anche solo a grandi linee comune e ormai nemmeno più l’ambizione di conquistare insieme il governo. La messa in scena bugiarda del centrodestra è in realtà uno degli elementi principali tra quelli che hanno reso la legislatura agli sgoccioli una specie di grottesco “trionfo del caos”. Il momento della verità potrebbe arrivare prima del previsto, in Sicilia, regione da sempre chiave per la destra. Domenica il vertice della destra ha promosso la candidatura del centrista Udc Lagalla, sponsorizzato anche da FdI, contro Cascio, sponsorizzato da Lega e Fi. Ma resta in sospeso la ricandidatura di Musumeci alla presidenza della Regione, sulla quale Meloni non vuole e non può derogare. L’esplosione della destra potrebbe realizzarsi lì, senza bisogno di aspettare il 2023. Sarebbe un elemento almeno di chiarezza.

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